domenica 12 dicembre 2010
venerdì 26 novembre 2010
Mentre io e lui cerchiamo di riportarla a galla, con gli stessi metodi che si usano da me per liberare i fuoristrada dal fango, fa battute sui varani, i lucertoloni del deserto di cui qui tutti parlano, ma che lui dichiara di aver visto solo una volta, senza vita, sul ciglio della strada.
domenica 17 ottobre 2010
L'unica soluzione è tenersi al riparo dei portici in pietra, delle tettoie lungo la via come si farebbe in una giornata di pioggia, mentre invece il sole fa soffriggere i capelli.
Dall'hotel sul bacino aperto di Lyab-i-Hauz si infila il primo arco per entrare nel medioevo. Poi è tutta una successione di madrasse, moschee e caravanserragli, senza veicoli motorizzati a spezzare l'illusione. Bazar che vendono forbici a forma di becco di pellicano, costruite sotto i tuoi occhi ad un tavolino di legno leggero, artisti calligrafi che spiegano come aggirare con simboli il divieto islamico di rappresentare immagini, samovar sopravvissuti a Stalin e Gorbaciov, che ora cercano di doppiare anche Karimov, vestiti da donna in cotone e seta, i due tessuti che si fanno concorrenza qui, dove il primo viene coltivato e il secondo smistato. Un negozio di spezie, grande come il cucinino di un appartamento popolare, irradia sentori di cumino e cardamomo.
Ognuno dei tanti corridoi sotto gli archi, i posti più freschi in città, è occupato, più che da veri mercatini, da gente che vende quello che sa produrre.
La gente si sveglia la sera, attorno a Lyab-i-Hauz. Ai bordi del bacino d'acqua con fontane e zampilli, l'aria è leggermente più fresca e si ordinano le carni migliori, che per gli uzbechi sono quelle più nutrienti, quelle coperte di grasso. Girano famiglie benestanti, coppie e qualche raro turista russo. Lilù ordina del vino uzbeco e poi vorrebbe farselo cambiare perché dal sapore si direbbe che la bottiglia è rimasta aperta troppo a lungo. Il cameriere la guarda con uno sguardo che non comprende: la bottiglia era sigillata fino a pochi minuti prima. Il vino uzbeco sarà un esperimento che non ritenteremo.
Attorno a Lyab-i-Hauz, in poche ore serali, si riassume tutto il movimento che era in pausa durante il giorno. Famiglie benestanti con bambini si stravaccano sui tapshan e ordinano tutto quello che il menu ha da offrire. I piccoli scappano a giocare sul cammello di vetroresina e quando i genitori si alzano per ritirarli, è il gatto della casa a saltare sui tavoli e ripulire gli spiedi degli shashlik di manzo e agnello. È importante sedersi il più vicino possibile agli zampilli che smuovono l'acqua del grande bacino centrale. L'acqua spruzzata in aria rinfresca quel poco che basta per sopportare la calura. Al resto ci pensano i succhi Sochnaia Dolina, che berremo di continuo durante il viaggio. Scopro che l'acqua, da sola, non mi disseta. Ho bisogno di sapori.
Gli uzbechi bevono il tè, con effetto sauna: prima fa sudare tutte le impurità rimaste in corpo, poi rinfresca del contrasto fra il calore ingerito e quello esterno. Soprattutto verde, dicono che il nero non abbia gli stessi effetti. Ovunque girano queste teiere bianche decorate di blu, tutte uguali, tranne alcuni modelli identici, ma con il blu sottolineato di linee dorate. La versione deluxe.
A Bukhara mi sveglio una mattina per prelevare qualche dollaro da convertire in sum per escursioni fuori città. Solo arrivato all'Asia hotel, la banca più affidabile della città, quando mi accorgo di aver perso la carta di credito. Torno in hotel, ma non la trovo. Alla fine scendo nel cortile. "Lost! Visa!" Visa si capisce, per il "lost" basta un segno di taglio con la mano. "Telefon, hotel, Khiva".
La signora (Nazira di Nazira e Azizbek in persona?) chiama l'albergo di Khiva e in un attimo torna allo scoperto la maledizione di Moynaq. Pare che la carta mi sia uscita dalle tasche delle braghe corte mentre dormivo appallottolato sul sedile frontale della Daewoo uzbeca, di ritorno dal lago che non c'è più. E pensare che avevo controllato di non aver perso nulla.
Per fortuna la carta me la possono inviare due giorni dopo, via taxi, previa pagamento di un posto in taxi per lei, stessa tariffa di un passeggero di 80 chili. Taccio e acconsento.
Lilù è incazzata. Non le va di perdere tempo. Rimarrà incazzata nella periferia, mentre ci orientiamo con le stelle fra le vie per cercare la madrassa di Chor Minor, una sedia rovesciata (mi viene da chiamarla "chair minor"), che cresce sottolineata dal contrasto con le abitazioni bianche.
Si riaccenderà di entusiasmo alla vista della sedia rovesciata e si renderà conto che valeva la pena di restare più a lungo, camminare fra muri di cemento grezzo con porte di legno istoriate, arrivare fin chissà dove e trovare la via del ritorno quasi a caso, con i bambini che si girano a guardare due turisti così fuori contesto. Valeva la pena soprattutto di camminare verso il parco, seguire i murales di propaganda biancazzurroverde come la bandiera uzbeca, sedersi all'ombra di un monumento alle vittime della seconda guerra mondiale e mostrare le fotografie della nostra guida ad un poliziotto curioso e pieno d'orgoglio biancazzurroverde, come il distintivo sul suo cappello. E continuare lungo le strade del parco, anche se esposte e torride, per arrivare al mausoleo di Ismael Samani, l'edificio più antico della città, conservato così, in mezzo ad un'aiuola verde, una roccia friabile e friata, porosa come un tartufo, scolpita e istoriata a motivi geometrici. E poi oltre, una pozza d'acqua marrone solcata dai pedalò, appena alla base dell'ultimo pezzo di mura della città, e poi il bazar principale. Niente del fascino dei bazar storici, ma oggetti d'uso quotidiano: cappelli quadrati, attrezzi per il giardinaggio, magliette che non sembrerebbero tarocche, se non fosse per la scritta "FC Barselona".
lunedì 20 settembre 2010
martedì 14 settembre 2010
È splendida, la città antica di Khiva. Ma è solo il bello che vale la pena di vedere? La curiosità è priva di gusto, completamente indipendente dal bello. Ci sono cose brutte che vale la pena vedere.
Dopo Moynaq, tutto sembrerà più bello. Già il giorno dopo, quando chiamiamo un taxi, partiamo in macchina. Senza un'infarinatura storica, senza sapere bene cosa o dove, andiamo alla ricerca delle fortezze nel deserto.
Avevo visto Ayaz kala in fotografia, e mi era venuta voglia di vederlo dal vero. In mezzo al deserto, una fortezza in cima ad una rocca. Ma i kala sono molti. Per lo più cumuli di muri spaccati, ma è la posizione a colpire. L'immagine nascosta di quello che potevano sembrare, uno per ogni punto rialzato fra la Corasmia e il Karakalpakstan.
Così passiamo una giornata a fare la spola fra i kala, con un autista che conosce i turisti. Ovviamente parla solo russo: credo di capire che sia un ingegnere petrolifero che, in attesa di nuovi incarichi mette volentieri a disposizione la sua minuscola Daewoo vulnerabile al sole per chi può pagare in dollari. Fransia? Brigitte Bardot, Zidane, Sofia Loren. Italya? Mafia, Michele Placido.
Ci si adatta a questo linguaggio smozzicato e verso fine giornata si arriva a parlare di religione "Islam, niet Moslim". Capisco cosa intende, adìn Bog, Moamàd, Jesu, fratelli, Stalin, Sibir, gulag, cattivo. Mastroianni, Italya, Aznavùr, Fransia.
Così, internazionalizzando parole si arriva a Toprak kala. Muri, fondamenta dove nidificano gli uccelli. Domina la pianura nei pressi di Boston, Karakalpakstan. Sulla cima di ciascuno dei pochi altri colli in lontananza, altre rocche sbrecciate.
È terra dura, la stessa di cui qui sono fatte anche le case moderne. Terra che spunta fra l'erba e le condotte d'acqua bucate. Poi comincia il deserto. Sabbia giallo limoncello. Poi un colle isolato, che ne copre parzialmente alla vista uno più grande. In cima Ayaz kala. Maestoso, in una macchia di deserto. Due complessi, uno per ciascun colle. Il primo circolare come il maschio di un castello, o più come le teiere di roccia del deserto americano, il secondo molto più grande, una torta nella quale hanno tuffato il naso i cani. La si scala sotto il sole di mezzogiorno e per la prima volta in vita mia temo un colpo di sole. Sarà la temperatura, saranno i capelli che ho rasato a zero prima di partire. Qualcosa va lasciato sempre dietro. Stavolta i capelli. Vogliamo comunque scalare le pareti ripide e prive di sentieri, fino alla cima.
E ne vale la pena. Dal colmo del colle di Ayaz kala si osserva la straordinaria eterogeneità della natura uzbeca. Macchie di vegetazione di un verde giallastro crescono intervallate da aiuole di sterpi secchi fra la sabbia del deserto. Oasi nel mezzo di un deserto screziato di sabbia gialla, rossa, grigia. Dune isolate, pianura con un'acne di colli sormontati da fortezze. Solo dopo esserci spinti ai limiti del lato più a nord, vediamo un lago dalle rive salate con un accampamento di yurte che sembrano muffin. E a sud, forse il Turkmenistan, con confini invisibili fisicalmente, tracciati nel deserto dai geometri di Stalin che avevano dato ad uzbechi, tagichi, turcomanni, cazachi e chirghisi delle nazioni col loro nome, ma avevano scelto di mantenere per ognuna di esse una composizione il più possibile eterogenea, in modo da evitare che la coscienza etnica diventasse coscienza nazionale e minacciasse i confini sovietici.
L'intero panorama solo per noi, rotto solo a valle dalle macchine del nostro autista e di suo figlio, che conduce un gruppo di ragazzi polacchi che incontreremo poi di nuovo anche a Bukhara e Samarcanda. Non è un caso. Saranno diversi i viaggiatori che incroceremo ripetutamente. I turisti nell'Uzbekistan sono pochi e Khiva, Bukhara e Samarcanda sono tappe fisse, quindi si finisce sempre per incontrarsi di nuovo.
Fransia: Piàf, Catrìn Denòf, Depardié. Italya: coloseum, Pavarroti, piovra, Michele Placido.
E poi perdiamo il conto dei nomi dei kala. Non solo noi, ma anche l'autista sembra confonderli dopo un po'. Ma tutti hanno un segno distintivo. Uno è completamente ricoperto di fiori gialli, un altro è in pianura, sorge in mezzo a cretti grigiobianchi di argilla secca. Poi uno con mura quadrate, che proteggono un avvallamento che è diventato uno stagno enorme pieno di giunchi verdi. Alla fine, avanti e indietro da Boston, Karakalpakstan, ci spiegano, "bonus": un kala che non è nemmeno sulla carta, cresce in un campo e per vederlo dobbiamo trasgredire la proprietà privata di un contadino che si lava le mani in una pozza di acqua marrone e poi raccoglie per noi pugni di more da gelso. Dolcissime, un sapore che ricordavo dall'infanzia, dall'unico gelso che avessi visto prima di allora, che cresceva debole e a forma di attaccapanni nel giardino dei miei. Nessuno di noi starà male, segno che le mamme europee che rimproverano i figli quando si mettono le mani sporche in bocca e credono che tutto sia cancerogeno devono inventarsi i problemi, in assenza di ragioni valide per stare in pensiero. Il contadino ha un asino, un carro, un forno a betoniera per cuocere i samsa incollati alle sue pareti e diversi bozzoli di baco da seta, quelli risparmiati per la riproduzione.
Abbiamo ancora una serata a Khiva. Ne approfitteremo per uscire ancora dalle mura, sempre con più coraggio. Domani mattina ci si alza presto, si cerca un taxi condiviso per Urganch, sperando che ce ne sia uno, poi se tutto va bene, se ne cerca un altro per Bukhara.
giovedì 9 settembre 2010
domenica 29 agosto 2010
Sono i capifamiglia a farsi coraggio per primi:
“Gavarizie pa ruschi?” E fin qui ci arrivo
“No”, faccia spremuta come se avessi un limone in bocca, braccia a W verso l’alto, come una Kalì senza malformazioni
“Amerika?”
“No, Italya, Fransia”, puntando col dito verso i titolari delle rispettive nazionalità
“Aha!”, e finisce qui.
È una famiglia? Due? Tre? Fratelli, sorelle, gente che non si è mai incontrata prima?
Denti d’oro, donne dai vestiti lunghi a fiori, come quelli che mette mia nonna per lavorare in campagna. Bambini calmi, concentrati, coccolati senza quell’orgoglio di molte donne occidentali, che ti esibiscono il pupo per dimostrare di essersi realizzate. Canottiere, catene, ciabatte di pelle su calzetti bianchi. Gli uomini si passano coltelli di mano in mano, tastano l’affilatura, soppesano, bilanciano con un dito fra la lama e l'attacco dell’impugnatura. Il coltello qui conta. Non per niente nella valle del Ferghana è diventato un oggetto d'arte, con manici intagliati e lame istoriate.
Poi parte un giro di nomi indistinguibili, quanto i nostri per loro. Per spiegare il mio, non sono ancora arrivato all’idea di citare Polo e dubito che qui si conosca van Basten. Poi silenzi. Interrotti da parole, ancora troppo pensate prima di uscire.
"Italya, Fransia, but live Holland". "Amsterdam, Holland: tulip, mulino, Robben, van Persie"
"Amsterdam, Fransia?"
"No, Amsterdam, Nederland, Netherlands, Holland".
"Ola, da, ola"
Alle 8 è già quasi notte e noi non abbiamo ancora pensato al cibo che non abbiamo. L'orizzonte, attraverso la finestra sporca ha il colore dello yogurt ai mirtilli, con una grossa bacca nera e luminosa al centro. Prima ancora di sentire la fame, quella che ormai si delinea come un famiglia, signore sui trentacinque, moglie e due o tre figli, ci offre della focaccia vagamente gommosa, ricamata di fiori. È il non, il pane uzbeco, girato nei forni con timbri di legno con chiodi all'estremità, che formano a puntelli la sagoma di un fiore stilizzato, in modo da stampare una figura sulla pasta.
Dalla borsa esce anche una teiera di ceramica, bianca e blu, con disegni stilizzati di piante del cotone. In breve tutti nei dintorni brandiscono lo stesso tipo di teiera, con coppette abbinate, e fanno la fila al samovar del vagone, per aggiungere acqua calda alle foglie di tè verde. Il cerimoniale imporrebbe di versare un po' di acqua ancora priva di sapore nelle coppette e riversarla poi nella teiera, per tre volte. Una cerimonia che viene seguita senza troppo zelo. Una cosa che qui hanno imparato dal sovietismo è che non vale la pena di dare troppo peso alle tradizioni.
Chi crede nell'Islam o nei segni si passa le mani sulla faccia, per lavarsela della benedizione di Allah. Poi arrivano due coppe anche per noi. Dai panieri escono uova sode, alcune signore portano cesti da cui si può comprare salame di carne macinata finissima, tranne per i cubi di grasso, la parte ricca della carne. Veniamo invitati a mangiare. Appena le nostre mani rimangono vuote, ci viene offerto qualcosa di nuovo.
“Syr Darya!”, ci fa un signore magro, scuro e sorridente quando passiamo su di un ponte di ferro. Il primo dei due fiumi che con molte licenze delimitano il nord e il sud del paese. Si chiamava Iaxartes e qui sanno che lo si conosceva già millenni fa. Qui l'acqua è orgoglio. Oro invisibile per chi riesce a tappare le falle nelle tubature esposte alle intemperie.
La famiglia riordina cibo e posate, dentro sacchetti di nylon con gli unici due o tre disegni comuni in tutto il paese. Quello giallo e rosso del tè e quello azzurro e bianco con scritto "styled in Italy". Gli stessi due modelli, dalla capitale ai mercati più impolverati nel Kyzyl Kum.
Ora il tavolino lo prendono due signori in canotta bianca. Uno grassoccio e chiacchierone, dai tratti eurasiatici, una specie di Craxi all'orientale, l'altro magro, silenzioso e di fisionomia russeggiante. Si passa alle armi pesanti: pollo all'unto e vodka, anzi, "schnaps", come dicono loro. Insistono che si assaggi. In effetti la schnaps non sa di vodka. Non avevo mai associato la sfera di influenza russa con altri superalcolici che la vodka.
Il termine "sposato", in russo, non l'ho mai imparato. Quello che capisco è l'indice rivolto verso di me e poi verso Lilù, poi gli indici delle due mani si toccano e si allontanano ripetutamente, in un gesto famigliare.
"No married", come se comprendessero il "married". Invece capiscono la testa e l'indice, che si spostano a destra e sinistra.
Craxi, l'uomo della schnaps, torna trascinando un bambino sui dodici anni, faccia e ciuffo da ragazzino sveglio delle pubblicità dei giocattoli, occhi profondi e scuri. Dicono che parli inglese e in parte è vero, per quanto inglese possa parlare un ragazzino della sua età. Riesce a rendere comprensibile il suo nome, Mamur. È un giovane tennista promettente e sta tornando a casa da un torneo nella capitale. Ha un fratello di otto anni circa, Cosciù. Anche lui sa due parole d'inglese, anche se non è altrettanto abile nell'articolarle.
Anche per via di questa domanda cerchiamo di giocare di modestia. Limitiamo al massimo le fotografie, in modo da non sfoggiare inutilmente le nostre macchine fotografiche digitali. Poi, appena trovo il coraggio di estrarre la mia scatoletta argentata per qualche foto ricordo, il fratello di Mamur sparisce e torna con un apparecchio professionale nero, grande più della sua testa, scattando fotografie a nastro e a caso.
La notte è placida. Le fermate sono poche e il rumore dei nuovi passeggeri ridotto e rispettoso. Il lenzuolo è troppo corto, ma la temperatura è quella giusta per non aver bisogno di essere coperti.
Quando mi sveglio Lilù sta già bevendo tè con la famiglia che ci aveva offerto la cena. Così mi alzo e partecipo alla colazione di patate. Compriamo dei dolci per ricambiare la generosità, ma sul vagone, solo i bambini più piccoli accettano il dono. Gli adulti rifiutano con una decisione sufficiente a convincerci a non insistere.
Viaggiamo nel mezzo del deserto. Dune dopo dune, messe in prospettiva solo da file di piloni in legno per l'elettricità. I pochi paesi hanno capanne di fango, dello stesso colore delle dune, delle strade e della polvere che copre carri, bestiame e persone.
Ormai la curiosità di tutti ha superato la timidezza e siamo costantemente a udienza da qualcuno. Tutti ci invitano a casa loro, soprattutto Craxi, che insiste. Alla fine accettiamo, anche se è evidente che non ci presenteremo mai. Perché poi? Ce lo chiederemo solo qualche giorno dopo. Forse paura di perdere tempo e deviare dal programma? Craxi vuole convincerci ad evitare Nukus e Moynaq, se ne vergogna. Vuole portarci dove sa lui e noi vorremmo vedere anche i posti di cui vergognarsi.
Ci vorranno ancora uno o due giorni prima di capire che avere un programma è il modo migliore per perdersi ciò che vale la pena di vedere.
Quando torniamo ai nostri posti, la famiglia che ci ha salvati dalla fame è già scesa. È un peccato non averli salutati e il vagone è già più vuoto e silenzioso.
Il treno non fa molte fermate, ma i centri abitati sono tutti concentrati nell'ultimo tratto del percorso. Dopo poche ore scendiamo anche noi, a Urgench, oltre mille chilometri fisici e culturali da Tashkent. L'Unione sovietica è confinata fra gli archi alti e il lampadario barocco della stazione. All'esterno comincia il Khorezm, tra file di taxi improvvisati e autisti che spingono i visitatori a scegliere proprio il loro.
Lasciamo il traffico dietro di noi e camminiamo lungo la linea retta asfaltata che dovrebbe portare verso il centro, poi, dopo esserci soffritti e rosolati per duecento metri, saliamo su uno dei minibus che si fermano per indurci alla ragione e ci facciamo portare a Khiva. Trenta chilometri di asfalto impolverato, piante che crescono pallide e carri trascinati da asini dalla palpebra pigra.
sabato 14 agosto 2010
Prendi l’arrivo. Fra controlli e carte da compilare, usciamo dall’aeroporto di Taskhent alle 5 di mattina, è già giorno quasi pieno, perché da queste parti il fuso orario è più tradizione che convenienza, verso le 6 siamo nella stanza d’albergo che abbiamo prenotato via internet, credendo di arrivare per le 3.30. Alle 6.30, appena addormentati, ci svegliano dicendoci di averci dato la stanza sbagliata. Andiamo a letto alle 7.30, perché la stanza va preparata, e la sveglia suona alle 9. Sulla via per la colazione, ci avvertono che non risulta che abbiamo pagato, telefoniamo all’agenzia on-line, dove per fortuna scopriamo che c’è stato un malinteso (o meglio, i gestori dell’hotel hanno ricevuto il pagamento sul conto in banca, mentre si sarebbero aspettati soldi veri).
Alle 10 siamo pronti per partire, sollevati dal problema risolto e nonostante la calura, ci godiamo la camminata dalla periferia alla stazione centrale, scoprendo il motivo della pianta di cotone, che trionfa su ogni muro, la gentilezza della gente, il traffico di veicoli sovietici e coreani e la luce bianca che filtra fra le nuvole. Passiamo in stazione, perché l’idea è quella di partire subito, prendere un treno e correre fino al punto più lontano, per trasformare il viaggio in un lungo ritorno.
Ma leggere gli orari non è facile. I treni non passano tutti i giorni e noi non abbiamo idea di come si dica venerdì in russo. Non ci resta che sperare che gli orari scaricati da un sito internet piuttosto informale siano validi.
A questo punto abbiamo fame e ci mettiamo alla ricerca di un bancomat per prelevare i nostri primi sum, valuta con lo stesso cambio de tugrik mongolo e della lira italiana. I bancomat non esistono, così cerchiamo una banca. Le banche esistono, ma non vogliono lasciarci prelevare. Prelevare in sum è impossibile, ci servono dollari, e si dice che in città il contante scarseggi. Trasciniamo corpo e borsone da una banca all'altra, mimando e usando parole di caratura internazionale, quali dollar e credit card, quando finalmente qualcuno ci avvisa che l'unico modo per prelevare è farlo dall’ufficio di cambio di un hotel a cinque stelle. Ormai stiamo camminando da tre ore, con lo zaino pieno in spalla. Il sudore ci percorre la schiena a gocce e anche il Grand Hotel ha finito i dollari. Sorridendo, la ragazza alla reception ci confida che siamo stati fortunati a non esserci fatti ingoiare la carta di credito. Fortuna a parte, l’ultima possibilità di raccattare di che vivere è camminare un’altra mezz’ora verso un hotel di una catena russa, dove francamente dubitiamo di poter prelevare gli ultimi dollari rimasti in città.
Siamo in Uzbekistan da dodici ore e il treno per Urgench, se passa, passa fra due. Noi invece siamo demoliti. Però stavolta ci va bene. Certo, non tutti i tipi di carta di credito sono ben accetti, ma io ho quella giusta. Anzi, il garzone dell’hotel parla inglese e ci trova tutte le informazioni sui treni. Quello per la periferia dell’Asia passa effettivamente fra 2 ore e poco più. Di più, possiamo comprare i biglietti dall’hotel e lo facciamo, perché abbiamo già provato prima a metterci in coda allo sportello della stazione e non è il caso di ritentare l’impresa. Parlare a segni si può, ma solo se l’interlocutore ha intenzione di ascoltare.
Ci rimane un’ora e mezza di libertà. Visitiamo la parte più sovietica del centro. Una piazza con la statua di Amur Timur, detto Timur lo Zoppo, Tamer-Lame, Tamerlano. Per Timur c’è anche un museo rotondo, dipinto di bianco e di quel verde pastello che si trova dappertutto nel mondo sovietico. Poi c’è una specie di casa bianca, chiaramente la sede del governo, perché America o Asia, la sede del governo deve essere una casa bianca, possibilmente in stile neoclassico. Questa è affiancata da un enorme radiatore di cemento, l'Hotel Uzbekistan, quello dove venivano tenuti gli stranieri fino a meno di vent’anni fa. E poi c’è la Broadway di Tashkent, un nome che promette Lamerica fin dall’inizio e mantiene la promessa, nonostante il gusto di un prato verde. Anche la nostra fame è degna de Lamerica e per una volta contravvengo ad una delle mie regole di viaggiatore: mai mangiare in un posto dove alla porta sta un buttadentro. Stavolta il buttadentro è una gentile signora dai fianchi larghi e i capelli sbiancati, chiaramente russa, che ci promette di cucinarci qualsiasi cosa vogliamo, ma senza rivelarci (in realtà lo sospettiamo) che deve andare a comprare gli ingredienti al negozio. E così un’ora se ne va, mangiando prima il dolce, una tortona da matrimonio di cartone, mentre si aspetta una scaloppa con contorno di riso al ketchup. E ci sentiamo come turisti che vengono dalla parte obesa de Lamerica quando andiamo, con loro che pretenderebbero di farci pagare 50 centesimi per lo zucchero del tè. Va bene, va bene, stavolta abbiamo imparato, alla prossima non ci faremo fregare.
Per tornare in stazione prendiamo la metropolitana, perché dicono che ne vale la pena, di vedere come hanno arredato ogni stazione, come un salotto profumato di oli combusti, stile arzigogolato, ma geometrico, puro modernariato. Quello che non sappiamo è che la polizia è solita fermare i turisti zainodotati per arrotondare lo stipendio. Ed è una fortuna che non lo sappiamo, perché nell’incoscienza manteniamo la calma durante la perquisizione e anche se scopriremo solo più tardi che forse è stata quella donna di passaggio a salvarci la cassa, quando ci lasciano andare non ci sentiamo particolarmente miracolati. Anche se resta comunque il pensiero di perdere il treno, legato a quanti minuti dovremo aspettare la coincidenza al momento del cambio. Per fortuna l’attesa dura solo due minuti, arriviamo in stazione, corriamo al binario e, finalmente sollevati, consegnamo il biglietto al controllore, molto meno formale dei colleghi russi, che ci fa segno di salire a bordo.
E il sollievo dura trenta secondi, perché appena saliti ci accorgiamo di essere finiti in quella che fra Mosca, Pechino e Vladivostok si chiama terza classe.
Ci sediamo sulle panche dello scompartimento aperto, senza porte e pareti, pronti per una notte stretta, rumorosa, faticosa. Ci guardiamo negli occhi, perplessi. Ne è valsa la pena? Ed è da qui che cominciamo a conoscere questo paese. Perché siamo stanchi, sudati, incerti, ma non ci permettono di buttarci giù.
domenica 1 agosto 2010
Era diventato una specie di tormentone, l’Uzbekistan, usciva spesso nelle conversazioni. Non era un paese, ma una metafora.
Poi, un giorno, nell’inverno quando si pensa all’estate per trovare motivazione a resistere, io e Lilù parliamo di cosa fare e si dice di fuggire dal lavoro opprimente. Maldive? Naa, diciamo Vanuatu, Lesotho, anzi Uzbekistan.
E poi a febbraio ho visite: vengono Nicola, l'amico mio di Roma, e Tomas, il mio fratello scandinavo, col quale ho attraversato la Siberia.
Sento che è il mommento di anticipare a Lilù i miei piani. Io e gli altri pensiamo al Brasile: Pelè, Garrincha, Lula, Jobim. Lilù mi guarda, ha occhi come marmo grigio, la fronte si aggrotta come il cammino di un bruco e le estremità delle labbra si abbassano. Perplessa, mi dice “Ma come, non andavamo in Uzbekistan?” “Sì, certo, in Uzbekistan ci passiamo, però prima andiamo in Swaziland”. Lei mi guarda. Esattamente nell’istante in cui si accorge di essere stata presa per il culo, io mi rendo conto che sarebbe pronta a farlo davvero.
“Aspetta, non ti prendo in giro, facciamolo”.
”Lo dici per farmi piacere, va' pure con in tuoi amici".
“No, davvero, andiamo”
“Davvero-davvero?”
“Ti sembro il tipo che spara cazzate?”
“Veramente sì”
“Vero, stavolta no però, giuro”.
E ormai sono curioso. Mi rendo conto di non sapere nulla sull’Uzbekistan. Samarcanda si sa che esiste, ma cosa c’è a Samarcanda? E il resto? Il giorno in cui diventa chiaro che il Brasile rimarrà privo di noi (Tomas ha comprato casa, Nicola non può prendere ferie), ho già cercato e trovato decine di fotografie, mi sono meravigliato davanti a Bukhara, ho scoperto l’esistenza di Khiva, ho letto articoli sulla lavorazione della seta e dei tappeti. E lo sapevate che ai tempi dei soviet l’Uzbekistan era il maggiore produttore di cotone al mondo? E che per rendere possibile l’impresa è stato prosciugato il Lago d’Aral.
Alla fine quella di andarci è una decisione spontanea.
martedì 20 luglio 2010
Quando uno arriva a Moynaq, sul molo, guarda le navi e si chiede “Ma che cazzo ci faccio qui?” È automatico. Non mi andrebbe di cominciare con una parolaccia, e neanche con una banalità. Però è così. Da Khiva sono otto ore di macchina, con il mercurio che si dilata oltre i 40, la macchina che scavalca buche sopra i 100, il sole che non riesci a tenere fuori dal finestrino aperto, con l’aria che entra sì, ma ha la temperatura che ti aspetteresti da un asciugacapelli.
E c’è il kum, questo deserto da scenografia teatrale, grigio sabbia, ciocche da chemio d’erba ispida e secca, che non prendi sul serio, perché in mezzo ci trovi chiazze verdi, lagune, bestiame immerso a metà zampa, ragazzini abbronzati che si tuffano e ti aspetti che sia là, sto mare, ma è un falso allarme. Il deserto ricomincia e ti porta, appunto, a Moynaq. Cosa c’è a Moynaq? A Moynaq c’è quello che c’era: un porto sul Lago d’Aral. Solo che in sessant’anni, il mare l’hanno ciucciato le piante di cotone e te lo devi andare a prendere cento chilometri più in su, quasi in Kazachistan. La gente di mare, anziana finché riesce a vivere, porta in faccia le malattie della pelle di un sole che ha capito di aver vinto. La macchina rimbalza in mezzo a una periferia che non serve più, perché il porto più importante del quinto lago più grande del mondo è diventato un molo su di un deserto di conchiglie frantumate.
Ci arrivi, al molo. Guardi in basso il deserto, scendi la scalinata, arrancando, perché il sole ti calca la mano sulla testa per schiacciarti, ispezioni i relitti di nave arrugginiti e capisci che aveva ragione il signore sul treno. Non c’è niente, a Moynaq. È un niente importante, pieno di significato, ma non c’è niente da vedere. Puoi salire sugli scheletri delle barche, decifrare i graffiti per scoprire chi ha avuto la tua stessa idea, puoi vedere se quello che imbianca la terra è davvero sale, puoi guardare le facce della gente, la porta del conservificio. Chiuso. Ma mezz’ora dopo essere arrivato non ti resta che tornare verso la semiciviltà. Altre otto ore, senza parlare, perché l’autista è già sfinito, e comunque non gli va di interpretare i gesti che vorrebbero compensare la tua ignoranza della lingua russa. Perché Lilù è seduta dietro, allungata sui sedili, stanca e nervosa e il vento è troppo rumoroso per conversare. E comunque Moynaq ha messo malumore anche a me. Giocarsi più di metà delle ferie del 2010, cercando un mare quando sai che c'è solo sabbia, vuol dire andarsele a cercare.
Scemi noi. In Uzbekistan per scherzo. Arrivati tre giorni fa, abbiamo già raggiunto il culo sporco della nazione.
E infatti questo è il momento più basso. Un momento che serve, perché i monumenti sono solo una parte, e in Uzbekistan le parti sono tante. Il centro dell’Asia è una rotonda dove hanno messo la freccia carovane cinesi con bastoni di bambù alti due metri con una coda di cavallo all’estremità, arabi armati di khanjar ricurvi, persiani, zoroastriani, mongoli, veneti, spie inglesi, turchi e turcomanni, soldati macedoni col sole sugli scudi e carri corazzati sovietici sulla rotta per l’Afghanistan. C’è la gloria della storia e il deserto del presente, o con un po’ d’ottimismo, del passato sovietico. Tempi macistici, di laghi da ridurre a pozze per trasformare le sabbie in campi di cotone. Pakhta: cotone, tuttora onnipresente in un simbolo stilizzato al centro di stelle islamiche a otto punte sulle pareti dei kolkhoz. Orgoglio dei governi e rovina della gente. Dove c’era la seta, impiantare il cotone.
E la UzDaewoo bianca rotola, rimbalza, inforca doline nell’asfalto, sorpassa centinaia di carretti di legno trainati da asini, trattori immensi intrampolati su tre ruote, bestiame, sabbie, case di fango, tubature idriche esposte, sempre con lo zampillo, che sembra bucato di proposito, forse per dimostrare che l’acqua c’è, basta usarla. Quasi un motto sovietico, se ogni proletario apre un buco nelle tubature, prosciugare un lago non è impossibile. L’uomo che fa sua la natura.
Ma l’uomo è altro, a patto di saperlo nascondere. L’uomo si riconosce a Nukus, il rifugio di Igor Savitsky, collezionista d’arte contemporanea, che era riuscito a salvare dai gulag le opere dei pittori che il regime voleva imbiancare. In tempi in cui la trasparenza cambia fuoco, le opere degli autori di Savitsky hanno modo di uscire a galla e portare fama ad un museo nella steppa del Karakalpakstan.
È un segreto, come tanti qui. L’Uzbekistan è una concentrazione impressionante di bellezza nel mezzo di un deserto di sabbia grigiognola. Risalta. Come le cupole ricoperte di maiolica blu, turchese e verde in cima a minareti di terra brulla, in città di terra brulla, con pareti semplici e grigie come la terra, ma con dettagli scolpiti e decorati di geometria. Devi andare a cercarla, la bellezza, ma non è difficile trovarla, basta osservare, sondare la steppa. Come stare fermi in mezzo alla prateria, soli, e scoprirsi circondati da migliaia di roditori terricoli. Quasi. Ci si può capitare solo per caso.