E non ha nessuna ragione di temere, perché trattiamo suo marito come un principe, mentre lui ridacchia per tutta la via con suoni di saliva aspirata, chiedendosi perché mai questi stranieri abbiano deciso di lasciargli l’onore di fare tutta la strada a dorso d’asino, nonostante le sue ripetute offerte di chilometri a sbafo su zampe altrui.
In cima ad un monte giallo vediamo finalmente la piana desertica, libera davanti ai nostri piedi e in fondo emerge un nastro d’alluminio, quello del lago Aydar Kul, largo e stretto, un fossato che protegge il Cazachistan.
C’è un ruscello più ampio di quello del giorno prima, che scende in una valle con pendenze appena più dolci. Un mulino dovrebbe pompare l’acqua verso le case stese sulla parete, ma la ruota è rotta, in attesa che qualcuno trovi il tempo per ripararla. I campi sono piccoli, raccolti in un riquadro, sul versante opposto rispetto a quello abitato. Nel fondovalle, davanti al mulino, c’è posto anche per una strada, quella da cui la mattina successiva prenderemo l’autobus verso Forish e Jizzax.
La fattoria dove ci fermiamo è un altro prato disseminato di alberi sparsi, con un tapshan livellato sul pendio inclinato. Stavolta il capofamiglia ha un’aria cittadina. Sembra una persona istruita e ha modi che, in combinazione con la sua tunica ricamata, lasciano intuire un passato urbano. È sicuramente la persona più elegante che vediamo da diversi giorni. Ha un’aria saggia, ma la conversazione è difficile come sempre e lui sembra trovare il dialogo per segni ed intuizione troppo superficiale. Ci rivolge uno sguardo che sembra severo, poi fa una battuta che fa ridere tutti quelli che comprendono la sua lingua e se ne va verso i suoi appartamenti.
Questo ultimo giorno lo passiamo a leggere, scrivere e dormire sul tapshan, mentre la famiglia, che non ci viene neanche presentata, rimane a distanza, immersa nella vera vita. Il cibo ce lo portano dei bambini che scappano immediatamente e anche se un ragazzo si offre di mostrarci la zona, ad iniziare dal mulino, il giro dura meno di mezz’ora. La situazione mette a disagio, ma stavolta non faccio nulla di attivo per cambiarla, perché sono stanco morto e una mezza giornata di riposo non è una prospettiva cattiva.
È un giorno di decompressione, per fermarsi e assimilare i dettagli di quello che abbiamo fatto finora. Serve per lisciarsi le penne prima del viaggio verso Tashkent, che comincerà prima dell’alba, con l’unica corriera per Forish e poi Jizzax.
È una corriera che si riempie un po’ alla volta, si ferma ad ogni villaggio o casa isolata, e ancora ai bordi della strada quando qualcuno alza il braccio, e si riempie di signore coperte di foulard e signori con il cappello quadrato, che in questa zona è nero con un motivo bianco a forma d'ala.
Le ruote rotolano giù da quella che per i nostri piedi era stata una salita, rimescolando la polvere della strada in terra battuta. Dalla nuvola di terra escono due gruccioni di un azzurro elettrico, con le ali arancioni, e mi risveglio fra il traffico di Jizzax.