domenica 29 agosto 2010


Appena saliti sul treno, dopo una giornata di chili e chilometri e sonno da scontare, siamo quantomeno spaesati. È tutto il giorno che siamo spaesati, ma dal treno non ce lo aspettavamo. Ci saremmo attesi un rifugio, una pausa di solitudine dopo ore a contatto con gente dagli zigomi molto diversi dai nostri, che parla una lingua di cui non abbiamo idea. Invece non c'è privatezza, un vagone con forse cento persone, tutti gli occhi mirati su di noi. Agorafobi e claustrofobici allo stesso tempo, puntiamo le braccia sulle panche che diventeranno letti, tenendo la schiena rigida. Cerchiamo di scambiarci le prime opinioni, ma non funziona, con tutti che ci guardano parlare.

Sono i capifamiglia a farsi coraggio per primi:

“Gavarizie pa ruschi?” E fin qui ci arrivo

“No”, faccia spremuta come se avessi un limone in bocca, braccia a W verso l’alto, come una Kalì senza malformazioni

“Amerika?”

“No, Italya, Fransia”, puntando col dito verso i titolari delle rispettive nazionalità

“Aha!”, e finisce qui.

È una famiglia? Due? Tre? Fratelli, sorelle, gente che non si è mai incontrata prima?

Denti d’oro, donne dai vestiti lunghi a fiori, come quelli che mette mia nonna per lavorare in campagna. Bambini calmi, concentrati, coccolati senza quell’orgoglio di molte donne occidentali, che ti esibiscono il pupo per dimostrare di essersi realizzate. Canottiere, catene, ciabatte di pelle su calzetti bianchi. Gli uomini si passano coltelli di mano in mano, tastano l’affilatura, soppesano, bilanciano con un dito fra la lama e l'attacco dell’impugnatura. Il coltello qui conta. Non per niente nella valle del Ferghana è diventato un oggetto d'arte, con manici intagliati e lame istoriate.

Poi parte un giro di nomi indistinguibili, quanto i nostri per loro. Per spiegare il mio, non sono ancora arrivato all’idea di citare Polo e dubito che qui si conosca van Basten. Poi silenzi. Interrotti da parole, ancora troppo pensate prima di uscire.

"Italya, Fransia, but live Holland". "Amsterdam, Holland: tulip, mulino, Robben, van Persie"

"Amsterdam, Fransia?"

"No, Amsterdam, Nederland, Netherlands, Holland".

"Ola, da, ola"

Alle 8 è già quasi notte e noi non abbiamo ancora pensato al cibo che non abbiamo. L'orizzonte, attraverso la finestra sporca ha il colore dello yogurt ai mirtilli, con una grossa bacca nera e luminosa al centro. Prima ancora di sentire la fame, quella che ormai si delinea come un famiglia, signore sui trentacinque, moglie e due o tre figli, ci offre della focaccia vagamente gommosa, ricamata di fiori. È il non, il pane uzbeco, girato nei forni con timbri di legno con chiodi all'estremità, che formano a puntelli la sagoma di un fiore stilizzato, in modo da stampare una figura sulla pasta.

Dalla borsa esce anche una teiera di ceramica, bianca e blu, con disegni stilizzati di piante del cotone. In breve tutti nei dintorni brandiscono lo stesso tipo di teiera, con coppette abbinate, e fanno la fila al samovar del vagone, per aggiungere acqua calda alle foglie di tè verde. Il cerimoniale imporrebbe di versare un po' di acqua ancora priva di sapore nelle coppette e riversarla poi nella teiera, per tre volte. Una cerimonia che viene seguita senza troppo zelo. Una cosa che qui hanno imparato dal sovietismo è che non vale la pena di dare troppo peso alle tradizioni.

Chi crede nell'Islam o nei segni si passa le mani sulla faccia, per lavarsela della benedizione di Allah. Poi arrivano due coppe anche per noi. Dai panieri escono uova sode, alcune signore portano cesti da cui si può comprare salame di carne macinata finissima, tranne per i cubi di grasso, la parte ricca della carne. Veniamo invitati a mangiare. Appena le nostre mani rimangono vuote, ci viene offerto qualcosa di nuovo.

“Syr Darya!”, ci fa un signore magro, scuro e sorridente quando passiamo su di un ponte di ferro. Il primo dei due fiumi che con molte licenze delimitano il nord e il sud del paese. Si chiamava Iaxartes e qui sanno che lo si conosceva già millenni fa. Qui l'acqua è orgoglio. Oro invisibile per chi riesce a tappare le falle nelle tubature esposte alle intemperie.

La famiglia riordina cibo e posate, dentro sacchetti di nylon con gli unici due o tre disegni comuni in tutto il paese. Quello giallo e rosso del tè e quello azzurro e bianco con scritto "styled in Italy". Gli stessi due modelli, dalla capitale ai mercati più impolverati nel Kyzyl Kum.

Ora il tavolino lo prendono due signori in canotta bianca. Uno grassoccio e chiacchierone, dai tratti eurasiatici, una specie di Craxi all'orientale, l'altro magro, silenzioso e di fisionomia russeggiante. Si passa alle armi pesanti: pollo all'unto e vodka, anzi, "schnaps", come dicono loro. Insistono che si assaggi. In effetti la schnaps non sa di vodka. Non avevo mai associato la sfera di influenza russa con altri superalcolici che la vodka.

Il termine "sposato", in russo, non l'ho mai imparato. Quello che capisco è l'indice rivolto verso di me e poi verso Lilù, poi gli indici delle due mani si toccano e si allontanano ripetutamente, in un gesto famigliare.

"No married", come se comprendessero il "married". Invece capiscono la testa e l'indice, che si spostano a destra e sinistra.

Poi prendono coraggio anche le donne, si avvicinano, una parla tre parole di tedesco. Una ragazza sui venticinque, forse più giovane, timida, ma distinta di portamento, dice di essere Lehrer, Schule, Biologhia. Più tardi Lilù mi dirà che sembrava decisamente interessata a me. Ci rendiamo conto che avendo capito che non siamo sposati, i viaggiatori uzbechi presumono che siamo semplicemente amici, o compagni di viaggio.

Craxi, l'uomo della schnaps, torna trascinando un bambino sui dodici anni, faccia e ciuffo da ragazzino sveglio delle pubblicità dei giocattoli, occhi profondi e scuri. Dicono che parli inglese e in parte è vero, per quanto inglese possa parlare un ragazzino della sua età. Riesce a rendere comprensibile il suo nome, Mamur. È un giovane tennista promettente e sta tornando a casa da un torneo nella capitale. Ha un fratello di otto anni circa, Cosciù. Anche lui sa due parole d'inglese, anche se non è altrettanto abile nell'articolarle.

Loro saranno i nostri interpreti e la prima domanda da interpretare è quanto guadagniamo in Europa, o così sembra. Rispondiamo di proposito in modo prolisso, in un inglese complicato, prendiamo tempo farfugliando che il biglietto di quel treno in Europa costerebbe cinquanta volte tanto. Raggiungiamo il nostro obiettivo, il messaggio si perde fra una lingua e l'altra e nessuno osa insistere dopo un paio di esplicazioni altrettanto complicate.

Anche per via di questa domanda cerchiamo di giocare di modestia. Limitiamo al massimo le fotografie, in modo da non sfoggiare inutilmente le nostre macchine fotografiche digitali. Poi, appena trovo il coraggio di estrarre la mia scatoletta argentata per qualche foto ricordo, il fratello di Mamur sparisce e torna con un apparecchio professionale nero, grande più della sua testa, scattando fotografie a nastro e a caso.

Finiamo così, foto ricordo e un altro giro di schnaps, con l'odore del pollo che aleggia più di quanto avesse aleggiato da viva la gallina dalla quale la carne proviene. Ci si ritira tutti allo stesso tempo, perché in un ambiente così affollato è necessario sincronizzare il sonno, in modo che chi chiacchiera non svegli chi dorme. Gli uzbechi sembrano gente altruista.

La notte è placida. Le fermate sono poche e il rumore dei nuovi passeggeri ridotto e rispettoso. Il lenzuolo è troppo corto, ma la temperatura è quella giusta per non aver bisogno di essere coperti.

Quando mi sveglio Lilù sta già bevendo tè con la famiglia che ci aveva offerto la cena. Così mi alzo e partecipo alla colazione di patate. Compriamo dei dolci per ricambiare la generosità, ma sul vagone, solo i bambini più piccoli accettano il dono. Gli adulti rifiutano con una decisione sufficiente a convincerci a non insistere.

Viaggiamo nel mezzo del deserto. Dune dopo dune, messe in prospettiva solo da file di piloni in legno per l'elettricità. I pochi paesi hanno capanne di fango, dello stesso colore delle dune, delle strade e della polvere che copre carri, bestiame e persone.

Ormai la curiosità di tutti ha superato la timidezza e siamo costantemente a udienza da qualcuno. Tutti ci invitano a casa loro, soprattutto Craxi, che insiste. Alla fine accettiamo, anche se è evidente che non ci presenteremo mai. Perché poi? Ce lo chiederemo solo qualche giorno dopo. Forse paura di perdere tempo e deviare dal programma? Craxi vuole convincerci ad evitare Nukus e Moynaq, se ne vergogna. Vuole portarci dove sa lui e noi vorremmo vedere anche i posti di cui vergognarsi.

Ci vorranno ancora uno o due giorni prima di capire che avere un programma è il modo migliore per perdersi ciò che vale la pena di vedere.

Passiamo tutta la mattinata in testa al vagone, fra le porte di accesso e quella del bagno, nell'atrio di ingresso, dove possiamo abbassare il finestrino per fare fotografie più nitide. Mamur e Cosciù ci mostrano il loro villaggio, mentre il treno gli sfila davanti. Qui abitano le persone di apparenza più agiata fra quelle incontrate, con racchette da tennis e vestiti sportivi ma eleganti. Fango secco su fango. Questa è un'altra cosa che scopriremo più avanti: solo perché hai i mezzi per farlo, non significa che tu debba voler vivere in città, in una casa moderna, fra quelli che noi chiamiamo comfort.

Quando torniamo ai nostri posti, la famiglia che ci ha salvati dalla fame è già scesa. È un peccato non averli salutati e il vagone è già più vuoto e silenzioso.

Il treno non fa molte fermate, ma i centri abitati sono tutti concentrati nell'ultimo tratto del percorso. Dopo poche ore scendiamo anche noi, a Urgench, oltre mille chilometri fisici e culturali da Tashkent. L'Unione sovietica è confinata fra gli archi alti e il lampadario barocco della stazione. All'esterno comincia il Khorezm, tra file di taxi improvvisati e autisti che spingono i visitatori a scegliere proprio il loro.

Lasciamo il traffico dietro di noi e camminiamo lungo la linea retta asfaltata che dovrebbe portare verso il centro, poi, dopo esserci soffritti e rosolati per duecento metri, saliamo su uno dei minibus che si fermano per indurci alla ragione e ci facciamo portare a Khiva. Trenta chilometri di asfalto impolverato, piante che crescono pallide e carri trascinati da asini dalla palpebra pigra.

E poi, fra case di periferia, mercati arrabattati e ciaicane improvvisate, ci troviamo di colpo sotto le mura della cittadella di Khiva. Non mi era mai capitato prima, di trovarmi ai piedi di un castello di sabbia. L'effetto è impressionante. E non ci siamo ancora entrati.

sabato 14 agosto 2010

È proprio questo il pensiero che ci perseguita all’inizio. Perché siamo venuti qui? Più per scoprire un paese o perché il nome fa ridere? E se vince la seconda, cosa ci facciamo in un posto dove siamo andati solo per il nome?

Prendi l’arrivo. Fra controlli e carte da compilare, usciamo dall’aeroporto di Taskhent alle 5 di mattina, è già giorno quasi pieno, perché da queste parti il fuso orario è più tradizione che convenienza, verso le 6 siamo nella stanza d’albergo che abbiamo prenotato via internet, credendo di arrivare per le 3.30. Alle 6.30, appena addormentati, ci svegliano dicendoci di averci dato la stanza sbagliata. Andiamo a letto alle 7.30, perché la stanza va preparata, e la sveglia suona alle 9. Sulla via per la colazione, ci avvertono che non risulta che abbiamo pagato, telefoniamo all’agenzia on-line, dove per fortuna scopriamo che c’è stato un malinteso (o meglio, i gestori dell’hotel hanno ricevuto il pagamento sul conto in banca, mentre si sarebbero aspettati soldi veri).
Alle 10 siamo pronti per partire, sollevati dal problema risolto e nonostante la calura, ci godiamo la camminata dalla periferia alla stazione centrale, scoprendo il motivo della pianta di cotone, che trionfa su ogni muro, la gentilezza della gente, il traffico di veicoli sovietici e coreani e la luce bianca che filtra fra le nuvole. Passiamo in stazione, perché l’idea è quella di partire subito, prendere un treno e correre fino al punto più lontano, per trasformare il viaggio in un lungo ritorno.
Ma leggere gli orari non è facile. I treni non passano tutti i giorni e noi non abbiamo idea di come si dica venerdì in russo. Non ci resta che sperare che gli orari scaricati da un sito internet piuttosto informale siano validi.

A questo punto abbiamo fame e ci mettiamo alla ricerca di un bancomat per prelevare i nostri primi sum, valuta con lo stesso cambio de tugrik mongolo e della lira italiana. I bancomat non esistono, così cerchiamo una banca. Le banche esistono, ma non vogliono lasciarci prelevare. Prelevare in sum è impossibile, ci servono dollari, e si dice che in città il contante scarseggi. Trasciniamo corpo e borsone da una banca all'altra, mimando e usando parole di caratura internazionale, quali dollar e credit card, quando finalmente qualcuno ci avvisa che l'unico modo per prelevare è farlo dall’ufficio di cambio di un hotel a cinque stelle. Ormai stiamo camminando da tre ore, con lo zaino pieno in spalla. Il sudore ci percorre la schiena a gocce e anche il Grand Hotel ha finito i dollari. Sorridendo, la ragazza alla reception ci confida che siamo stati fortunati a non esserci fatti ingoiare la carta di credito. Fortuna a parte, l’ultima possibilità di raccattare di che vivere è camminare un’altra mezz’ora verso un hotel di una catena russa, dove francamente dubitiamo di poter prelevare gli ultimi dollari rimasti in città.

Siamo in Uzbekistan da dodici ore e il treno per Urgench, se passa, passa fra due. Noi invece siamo demoliti. Però stavolta ci va bene. Certo, non tutti i tipi di carta di credito sono ben accetti, ma io ho quella giusta. Anzi, il garzone dell’hotel parla inglese e ci trova tutte le informazioni sui treni. Quello per la periferia dell’Asia passa effettivamente fra 2 ore e poco più. Di più, possiamo comprare i biglietti dall’hotel e lo facciamo, perché abbiamo già provato prima a metterci in coda allo sportello della stazione e non è il caso di ritentare l’impresa. Parlare a segni si può, ma solo se l’interlocutore ha intenzione di ascoltare.
Ci rimane un’ora e mezza di libertà. Visitiamo la parte più sovietica del centro. Una piazza con la statua di Amur Timur, detto Timur lo Zoppo, Tamer-Lame, Tamerlano. Per Timur c’è anche un museo rotondo, dipinto di bianco e di quel verde pastello che si trova dappertutto nel mondo sovietico. Poi c’è una specie di casa bianca, chiaramente la sede del governo, perché America o Asia, la sede del governo deve essere una casa bianca, possibilmente in stile neoclassico. Questa è affiancata da un enorme radiatore di cemento, l'Hotel Uzbekistan, quello dove venivano tenuti gli stranieri fino a meno di vent’anni fa. E poi c’è la Broadway di Tashkent, un nome che promette Lamerica fin dall’inizio e mantiene la promessa, nonostante il gusto di un prato verde. Anche la nostra fame è degna de Lamerica e per una volta contravvengo ad una delle mie regole di viaggiatore: mai mangiare in un posto dove alla porta sta un buttadentro. Stavolta il buttadentro è una gentile signora dai fianchi larghi e i capelli sbiancati, chiaramente russa, che ci promette di cucinarci qualsiasi cosa vogliamo, ma senza rivelarci (in realtà lo sospettiamo) che deve andare a comprare gli ingredienti al negozio. E così un’ora se ne va, mangiando prima il dolce, una tortona da matrimonio di cartone, mentre si aspetta una scaloppa con contorno di riso al ketchup. E ci sentiamo come turisti che vengono dalla parte obesa de Lamerica quando andiamo, con loro che pretenderebbero di farci pagare 50 centesimi per lo zucchero del tè. Va bene, va bene, stavolta abbiamo imparato, alla prossima non ci faremo fregare.

Per tornare in stazione prendiamo la metropolitana, perché dicono che ne vale la pena, di vedere come hanno arredato ogni stazione, come un salotto profumato di oli combusti, stile arzigogolato, ma geometrico, puro modernariato. Quello che non sappiamo è che la polizia è solita fermare i turisti zainodotati per arrotondare lo stipendio. Ed è una fortuna che non lo sappiamo, perché nell’incoscienza manteniamo la calma durante la perquisizione e anche se scopriremo solo più tardi che forse è stata quella donna di passaggio a salvarci la cassa, quando ci lasciano andare non ci sentiamo particolarmente miracolati. Anche se resta comunque il pensiero di perdere il treno, legato a quanti minuti dovremo aspettare la coincidenza al momento del cambio. Per fortuna l’attesa dura solo due minuti, arriviamo in stazione, corriamo al binario e, finalmente sollevati, consegnamo il biglietto al controllore, molto meno formale dei colleghi russi, che ci fa segno di salire a bordo.

E il sollievo dura trenta secondi, perché appena saliti ci accorgiamo di essere finiti in quella che fra Mosca, Pechino e Vladivostok si chiama terza classe.

Ci sediamo sulle panche dello scompartimento aperto, senza porte e pareti, pronti per una notte stretta, rumorosa, faticosa. Ci guardiamo negli occhi, perplessi. Ne è valsa la pena? Ed è da qui che cominciamo a conoscere questo paese. Perché siamo stanchi, sudati, incerti, ma non ci permettono di buttarci giù.

domenica 1 agosto 2010

L’Uzbekistan c’è, ma non ci si pensa. Lo nomino, da anni, per scherzo, quando è bene gettare nella conversazione il nome di un posto lontano, o semplicemente assurdo. “Dove abiti?” “Diemen: tra Oosterpark e l’Uzbekistan”. “Politici onesti? Forse in Uzbekistan”.
Era diventato una specie di tormentone, l’Uzbekistan, usciva spesso nelle conversazioni. Non era un paese, ma una metafora.

Poi, un giorno, nell’inverno quando si pensa all’estate per trovare motivazione a resistere, io e Lilù parliamo di cosa fare e si dice di fuggire dal lavoro opprimente. Maldive? Naa, diciamo Vanuatu, Lesotho, anzi Uzbekistan.
E poi a febbraio ho visite: vengono Nicola, l'amico mio di Roma, e Tomas, il mio fratello scandinavo, col quale ho attraversato la Siberia.
Sento che è il mommento di anticipare a Lilù i miei piani. Io e gli altri pensiamo al Brasile: Pelè, Garrincha, Lula, Jobim. Lilù mi guarda, ha occhi come marmo grigio, la fronte si aggrotta come il cammino di un bruco e le estremità delle labbra si abbassano. Perplessa, mi dice “Ma come, non andavamo in Uzbekistan?” “Sì, certo, in Uzbekistan ci passiamo, però prima andiamo in Swaziland”. Lei mi guarda. Esattamente nell’istante in cui si accorge di essere stata presa per il culo, io mi rendo conto che sarebbe pronta a farlo davvero.

“Aspetta, non ti prendo in giro, facciamolo”.
”Lo dici per farmi piacere, va' pure con in tuoi amici".
“No, davvero, andiamo”
“Davvero-davvero?”
“Ti sembro il tipo che spara cazzate?”
“Veramente sì”
“Vero, stavolta no però, giuro”.

E ormai sono curioso. Mi rendo conto di non sapere nulla sull’Uzbekistan. Samarcanda si sa che esiste, ma cosa c’è a Samarcanda? E il resto? Il giorno in cui diventa chiaro che il Brasile rimarrà privo di noi (Tomas ha comprato casa, Nicola non può prendere ferie), ho già cercato e trovato decine di fotografie, mi sono meravigliato davanti a Bukhara, ho scoperto l’esistenza di Khiva, ho letto articoli sulla lavorazione della seta e dei tappeti. E lo sapevate che ai tempi dei soviet l’Uzbekistan era il maggiore produttore di cotone al mondo? E che per rendere possibile l’impresa è stato prosciugato il Lago d’Aral.
Alla fine quella di andarci è una decisione spontanea.

martedì 20 luglio 2010


Quando uno arriva a Moynaq, sul molo, guarda le navi e si chiede “Ma che cazzo ci faccio qui?” È automatico. Non mi andrebbe di cominciare con una parolaccia, e neanche con una banalità. Però è così. Da Khiva sono otto ore di macchina, con il mercurio che si dilata oltre i 40, la macchina che scavalca buche sopra i 100, il sole che non riesci a tenere fuori dal finestrino aperto, con l’aria che entra sì, ma ha la temperatura che ti aspetteresti da un asciugacapelli.
E c’è il kum, questo deserto da scenografia teatrale, grigio sabbia, ciocche da chemio d’erba ispida e secca, che non prendi sul serio, perché in mezzo ci trovi chiazze verdi, lagune, bestiame immerso a metà zampa, ragazzini abbronzati che si tuffano e ti aspetti che sia là, sto mare, ma è un falso allarme. Il deserto ricomincia e ti porta, appunto, a Moynaq. Cosa c’è a Moynaq? A Moynaq c’è quello che c’era: un porto sul Lago d’Aral. Solo che in sessant’anni, il mare l’hanno ciucciato le piante di cotone e te lo devi andare a prendere cento chilometri più in su, quasi in Kazachistan. La gente di mare, anziana finché riesce a vivere, porta in faccia le malattie della pelle di un sole che ha capito di aver vinto. La macchina rimbalza in mezzo a una periferia che non serve più, perché il porto più importante del quinto lago più grande del mondo è diventato un molo su di un deserto di conchiglie frantumate.

Ci arrivi, al molo. Guardi in basso il deserto, scendi la scalinata, arrancando, perché il sole ti calca la mano sulla testa per schiacciarti, ispezioni i relitti di nave arrugginiti e capisci che aveva ragione il signore sul treno. Non c’è niente, a Moynaq. È un niente importante, pieno di significato, ma non c’è niente da vedere. Puoi salire sugli scheletri delle barche, decifrare i graffiti per scoprire chi ha avuto la tua stessa idea, puoi vedere se quello che imbianca la terra è davvero sale, puoi guardare le facce della gente, la porta del conservificio. Chiuso. Ma mezz’ora dopo essere arrivato non ti resta che tornare verso la semiciviltà. Altre otto ore, senza parlare, perché l’autista è già sfinito, e comunque non gli va di interpretare i gesti che vorrebbero compensare la tua ignoranza della lingua russa. Perché Lilù è seduta dietro, allungata sui sedili, stanca e nervosa e il vento è troppo rumoroso per conversare. E comunque Moynaq ha messo malumore anche a me. Giocarsi più di metà delle ferie del 2010, cercando un mare quando sai che c'è solo sabbia, vuol dire andarsele a cercare.

Scemi noi. In Uzbekistan per scherzo. Arrivati tre giorni fa, abbiamo già raggiunto il culo sporco della nazione.

E infatti questo è il momento più basso. Un momento che serve, perché i monumenti sono solo una parte, e in Uzbekistan le parti sono tante. Il centro dell’Asia è una rotonda dove hanno messo la freccia carovane cinesi con bastoni di bambù alti due metri con una coda di cavallo all’estremità, arabi armati di khanjar ricurvi, persiani, zoroastriani, mongoli, veneti, spie inglesi, turchi e turcomanni, soldati macedoni col sole sugli scudi e carri corazzati sovietici sulla rotta per l’Afghanistan. C’è la gloria della storia e il deserto del presente, o con un po’ d’ottimismo, del passato sovietico. Tempi macistici, di laghi da ridurre a pozze per trasformare le sabbie in campi di cotone. Pakhta: cotone, tuttora onnipresente in un simbolo stilizzato al centro di stelle islamiche a otto punte sulle pareti dei kolkhoz. Orgoglio dei governi e rovina della gente. Dove c’era la seta, impiantare il cotone.

E la UzDaewoo bianca rotola, rimbalza, inforca doline nell’asfalto, sorpassa centinaia di carretti di legno trainati da asini, trattori immensi intrampolati su tre ruote, bestiame, sabbie, case di fango, tubature idriche esposte, sempre con lo zampillo, che sembra bucato di proposito, forse per dimostrare che l’acqua c’è, basta usarla. Quasi un motto sovietico, se ogni proletario apre un buco nelle tubature, prosciugare un lago non è impossibile. L’uomo che fa sua la natura.
Ma l’uomo è altro, a patto di saperlo nascondere. L’uomo si riconosce a Nukus, il rifugio di Igor Savitsky, collezionista d’arte contemporanea, che era riuscito a salvare dai gulag le opere dei pittori che il regime voleva imbiancare. In tempi in cui la trasparenza cambia fuoco, le opere degli autori di Savitsky hanno modo di uscire a galla e portare fama ad un museo nella steppa del Karakalpakstan.
È un segreto, come tanti qui. L’Uzbekistan è una concentrazione impressionante di bellezza nel mezzo di un deserto di sabbia grigiognola. Risalta. Come le cupole ricoperte di maiolica blu, turchese e verde in cima a minareti di terra brulla, in città di terra brulla, con pareti semplici e grigie come la terra, ma con dettagli scolpiti e decorati di geometria. Devi andare a cercarla, la bellezza, ma non è difficile trovarla, basta osservare, sondare la steppa. Come stare fermi in mezzo alla prateria, soli, e scoprirsi circondati da migliaia di roditori terricoli. Quasi. Ci si può capitare solo per caso.

sabato 27 marzo 2010

Diciannove settembre: epilogo

È solo l’inizio perché è qui che cominciano a succedere le cose. Non cose grandi, impressionanti, ma in fondo messe da conto da mesi. Qui cominciano gli imprevisti, proprio mentre cali le difese immunitarie in vista della fine.
Succede per cominciare che quella ventata di aria condizionata accesa da Olof due giorni prima, che mi aveva sorpreso all’uscita dalla doccia, mi torna in mente l’ultima notte, prima della partenza. Mi torna in mente mentre mi contorco nelle lenzuola rosa, gelando e poi sudando, come non ho mai fatto prima. La maglietta è completamente bagnata e a metà notte mi tocca cambiarla. Mi torna in mente con un senso di malessere, la mattina dopo, proprio mentre di nuovo esco dalla doccia per vestirmi e stipare in valigia gli oggetti con scritte in alfabeti esotici che ho raccattato fra Russia, Mongolia e Cina.

Un taxi per l’aeroporto costa i miei ultimi yuan. In macchina mi sento debole, ho brividi di gelo. Sono troppo spompato per idee romantiche come dire addio all’Asia e al nostro viaggio durato 9 mesi e mezzo, contando anche e soprattutto la preparazione. Troppo debole per pensare a casa. Penso all’imbarco, nell’illusione che un sedile bombato e una dormita possano farmi bene.

È il periodo in cui la leggenda urbana della febbre suina imperversa in Europa. L’idea di essere malato, e non solo stanco, mi viene in mente solo al gate, poco prima di attraversare un sensore che promette di rilevare la temperatura corporea al volo, garantendo sonori bip in caso di febbre. Non suona, dubbio fugato. Tra l’altro già da un po’ mi sento meglio.

Dall’aereo si vede la Siberia come non l’abbiamo ancora vista, dall’alto: oltre alle foreste verdi, laghi che appaiono perfettamente rotondi. L’aria condizionata è una tortura, in breve torno a stare male, peggio di prima e bere birra è gratis, ma non aiuta. Fra l’altro, a differenza di Tomas, non riesco a chiudere occhio. Siamo già abbondantemente in Europa quando realizzo che potrei davvero avere l’influenza. La hostess mi dà un tè di menta e una coperta, manco un'aspirina.

Mi sento leggermente meglio all’aeroporto di Vienna, per il cambio d’aereo. All’edicola, per rendermi conto di essere tornato in Europa, compro per la prima volta nella mia vita la Gazzetta dello Sport. Da Pechino ai tifosi napoletani arrestati per detenzione di materiali pericolosi, passando per i guai di Ronaldinho.
Nell’aeroporto, cartelli in diverse lingue consigliano di rivolgersi al personale sanitario in caso di sintomi quali brividi, mal di gola e febbre. Potrebbe trattarsi di febbre suina. Fra tutti questi sintomi, a me manca solo la febbre, ma questo non significa che abbia il tempo e soprattutto la forza di cercare il servizio sanitario.

Sull’aereo per Amsterdam, avvolto in una coperta e ancora imbottito di tè alla menta, sto molto meglio. Mentre sudo i nemici dei miei anticorpi in una coperta dell’Austrian Airways, ho il tempo di rendermi conto di star tornando a casa e pianificare di conseguenza. Tomas resterà per la notte, la mattina dopo avrò modo di incontrare la sua nuovissima ragazza, una storia iniziata poche settimane prima del viaggio. Per precauzione, in viaggio l’abbiamo chiamata tutti solo “Dutch Girl”.

Sul treno fra l’aeroporto e casa chiamo K. È sabato sera, scopro che Markus, il suo amico del paesino, si è autoinvitato per il fine settimana e hanno programmato di uscire con amici suoi e altri che K ha conosciuto durante la mia assenza. Dice che ci incontreremo solo la notte tardi, verso le 3, quando torneranno a casa. La cosa non mi fa piacere, ma mi trattengo: in fondo io sono stato via per tre settimane, lei solo una serata.

A questo punto ricordo solo il crollo fra le coperte, l’espiazione tramite sonno, la porta di casa che si apre quando potrebbero essere proprio le 3.

Sarà la sveglia dopo tre ore, saranno le circostanze, ma mi sento male di nuovo. Stavolta K mi offre il suo termometro e mi rendo conto per la prima volta di avere davvero la febbre alta. Si parla della mia malattia e della loro serata. Non una parola sul viaggio. Sarà che dopo tre settimane "com'è andata?” sembra una domanda fuori posto, sarà un’altra cosa che so io.

Con la scusa che sono malato, K dorme su di un materasso sul pavimento, così come ha fatto per le tre settimane precedenti. In effetti il materasso del matrimoniale è il meno caro che l’IKEA aveva da offrire. Ogni volta che uno si muove, anche l'altro si sposta per via di un'onda tellurica di moto incalcolabile. Prima di chiudere gli occhi arriva diretto un riferimento alla tematica più cara a K: ho fatto qualcosa con altre ragazze? Non che mi aspetti una domanda sul viaggio. Sarà la questione del “com’è andata?”, sarà più che altro la famosa altra cosa che so io: K aveva odiato l’idea del viaggio fin da quando avevo comprato il biglietto (prima no, perché non credeva che lo avrei fatto davvero). So comunque per certo che non le interessa sapere cosa abbiamo visto. Da quando anni fa è venuta a sapere che avevo baciato un’altra ragazza, ha smesso di fidarsi di me, si è gradualmente allontanata per tornare ai gusti e alle abitudini della sua famiglia. E le vacanze della sua famiglia erano in camper, nei campeggi, spostandosi su biciclette portate da casa per preparare il fondo per la Bitburger della sera. Sport, esercizio fisico, natura. Meditazione ed espiazione. In Germania è tradizione, anche nelle famiglie cattoliche.

La domanda sulle ragazze me la aspetto, ma non subito, non a freddo. Le rispondo che no, non è successo niente, poi sottoposto a terzo grado le confesso che se avessi voluto avrei potuto e comincio a parlare di U sul treno fra Mosca e Irkutsk. K vuole sapere tutto di lei. Le interessa sapere il tipo di ragazza interessata a me. Poi va a dormire non convinta, ma tutto sommato rassicurata. Il fatto che io sia tornato è comunque una prova che non ho intenzione di abbandonarla. Io invece mi seppellisco sotto il piumone, respirando per annientare i brividi con il calore.

La mattina seguente il termometro non perdona. Rinuncio all’idea di conoscere Dutch Girl e mi butto a letto. Tomas parte e ci salutiamo così, in un abbraccio di flanella contro cotone temprato da viaggio e valigia, barbe non ancora rasate, dopo tre settimane. Finisce il viaggio, ricomincia la vita. Una vita di espiazione, perché ora non sono decisamente in grado di muovermi, con i brividi che mi azzerano.

K diventa dolcissima. Appena Tomas parte, lei, solitamente malata di ipocondria in seguito ad esposizione prolungata a stress da studio e lavoro, salta sul letto dove sono sfasciato e mi abbraccia in silenzio per diversi minuti, senza parlare. Poi si prende cura di me, mi compra tachipirina e Strepsils e mi fa un tè prima di partire per un lungo giro in centro con Markus.

Rimango invertebrato per i primi due giorni della settimana. Niente lavoro, la barba che continua a crescere, ispida e grigia come un cespuglio di ginepro e mi manca la forza anche solo per aprire un libro, ascoltare musica o accendere il computer. Mi rigiro fra le coperte in preda a spasmi di caldo e freddo, lasciandomi prendere dalla nausea ad ogni pensiero rivolto verso l‘aria condizionata dell’aereo, o Pechino in generale.

K va a lavorare e quando torna rimanda di continuo la visione delle fotografie del viaggio. A dire il vero non mi chiede nulla. Per il resto la vita si stabilizza al livello di prima della partenza. Mercoledì torno in ufficio, ancora troppo debole, faccio un errore dietro l’altro, dimentico date di consegna. Il giovedì sera siamo in soggiorno, io seduto sul divano a leggere, sfinito, lei poco distante da me, alla sua scrivania nell’angolo vicino alla finestra, quella da dove sto scrivendo ora.

Di solito le sue sedute informatiche sono silenziose. Lei è sempre stata silenziosa, comunque. A casa le hanno insegnato che se una cosa non è importante, è meglio non dirla per niente. Ad un certo punto la sento parlare: “Credo di essermi innamorata”, così, ex abrupto, senza un “sai” o uno schiarimento di gola. Una risata sforzata fa credere che la cosa non sia seria, ma K non fa battute, soprattutto quando si parla di sentimenti. Anzi, si arrabbia quando lo faccio io. Rimango completamente spiazzato, anche se all’inizio mi sembra che la cosa più logica sia che stia parlando di me. Poi, ancora mentre ride in modo scomposto, quasi sadico, mi racconta la storia.

È un suo collega del quale mi aveva già parlato prima di partire. Lavora in un altro edificio, ma si sono conosciuti ad una delle feste che l’azienda organizza ogni mese un venerdì dopo lavoro. Si sono conosciuti parlando di musica, poi si sono promessi di rivedersi per concerti e discoteche alternative. Come molti olandesi ha un nome alquanto cazzuto: si chiama Dignus.

Pare che dopo due settimane di truce solitudine in mia assenza, K sia stata soccorsa dai colleghi che l’hanno vista piangere dopo la mia telefonata dalla ger in Mongolia. La hanno portata fuori, a divertirsi con loro, lei si è accorta di poter star bene e forse meglio senza di me. Alla fine, mentre ero a Pechino, la sua vita è ricominciata, ha iniziato ad uscire, divertirsi. Io intanto visitavo la Città proibita. Alla fine non era poi così difficile, la vita senza di me.

Così K, che ha una visione inflessibile dell’etica, mi avvisa prima di commettere il danno, perché le cose si fanno bene o non si fanno. Fatto sta che il sabato successivo, quando lei esce con Degno, lui non ci sta neanche. Ma il dado è tratto. I pezzi del puzzle sono gli stessi di prima, ma la colla non attacca più. K cerca casa da sola, dopo pochi mesi scopro di piacere ad una collega che fin dall’inizio non mi è mai stata completamente indifferente. Poche settimane dopo lei va a visitare gli amici dell’università per 10 giorni e io scopro cosa K aveva sofferto in mia assenza, cosa intendeva quando temeva la mia partenza. E nonostante tutto non riesco a stare completamente male, dopo aver visto i lunghi tramonti della Mongolia, l’hotel dell’Intourist di fronte alla stazione di Novosibirsk, gli attrezzi da ginnastica affondati nel cemento davanti alle case e ai pisciatoi degli hutong di Pechino. È un mistero, il mistero del viaggio, come tre settimane possano valere il sacrificio di cinque anni di vita.

giovedì 18 febbraio 2010

Sempre dal tredici al diciannove settembre, ancora per le vie di Pechino

Più tardi, quando a casa riguardo le fotografie di Pechino, mi rendo conto di non aver convertito in pixel niente di importante. Monumenti: solo dettagli di monumenti fintoveri. Tien An Men, la città proibita, rossa, verde, blu, coperta dalla foschia grigia dello smog, che ai tempi delle dinastie non c’era, che altrimenti magari i colori se li sarebbero risparmiati. Ma non la zona circostante, non i taxi fumiganti o la fila per vedere la mummia di Mao. Il Palazzo d’estate, ma non l’area derelitta dove ci perdiamo al ritorno, cercando di attraversare l’enormità in un autobus gremito di bambini in tuta ginnica coordinata e desistendo alla fine per trovarci isolati in un’area diroccata. Il Tempio dei lama, ma non la strada giallorossa, tinta di bancarelle che vendono incenso. Perdo Dongzhimen street, la strada dei ristoranti, di notte, illuminata di luci arancioni. Spesso i dettagli mi sfuggono, ma di solito è pudore. Non fotografo le case decrepite per rispetto verso chi ci abita. Pudore, appunto, non rispetto, perché so che se avessi la certezza che nessuno mi possa vedere, il diaframa si aprirebbe di colpo in scatti continui, come palpebre disturbate da impurità provenienti dall’esterno.

E dire che i cinesi di pudore non ne provano. Nei luoghi di turismo l’europeo è una curiosità. Le nostre barbe, bionda, rossa e nera come la bandiera della Germania, richiamano paesi esotici dove la gente ha capelli e occhi di colori diversi (e poi magari nota la diversità solo nella pelle). Ci chiedono di essere fotografati con loro. Anche allo zoo, davanti alla gabbia dell’orso. Non l’orso, ma l’umano. Le ragazze si mettono in pose da Club Topolino, con le braccia incrociate davanti al petto e le dita a formare il segno della vittoria.

Ma a Pechino, lo ammetto, ci concediamo anche noi momenti di turismo becero. Olof si scatena e noi non abbiamo la forza di contrastarlo. Ci porta al mercatino dei falsi. Ci passiamo una giornata. Compro un vestito di presunta seta per K e mi basta così. Mentre gli altri spendono ore a farsi convincere a comprare quattro camicie invece di una sola, il mio unico divertimento è farmi filmare mentre percorro il corridoio fra le bancarelle e vengo placcato da decine di venditori. Non che mi rifiuti di comprare imitazioni, semplicemente non mi è mai piaciuto girare con il nome di una marca sul petto. Il fatto che sia un falso non cambia nulla.

Ma è proprio qui che facciamo una delle esperienze più vere. Fra la stazione della metropolitana e il Mercato delle Perle, dopo esserci per una volta ribellati a Olof che vuole un caffè in un locale per soli turisti, ci perdiamo fra le vie più strette, quelle con l’immondizia in terra, le porte di assicelle e il cemento che copre un intreccio di altre assicelle, cartone e plastica: le vie dove abita la gente comune. Anche qui bar e camioncini che vendono varietà impressionanti di tè freddi. Ne assaggio uno affumicato, di sapore agrodolce, di whiskey analcolico, ma ce ne sono molti altri, decisamente più freschi e buoni di quelli che si vendono in Europa. Spesso sono fatti semplicemente di acqua e tè, o almeno così sta scritto sul riquadro in inglese dell’etichetta.

A Pechino andiamo a vedere i panda, perché Olof dice “che fai, vai a Pechino e non vedi i panda?” e stavolta il connazionale è d’accordo. Allo zoo il panda non c’è, ma c’è una porta aperta. Tomas entra e noi dietro. Corridoi sporchi, poi sbarre e ce lo troviamo davanti così, il nostro primo panda, in posa come il simbolo del WWF, con lo sguardo triste e pensieroso. È una scena irreale, come aprire una porta e trovarsi davanti qualcuno che conosci, ma non ti aspetti, come un George Clooney con un cordiale in mano, solo con la barba di un po’ più di tre giorni e più capelli bianchi. Poi usciamo e gli altri panda li vediamo come tutti, dalla distanza, perché allo zoo di Pechino il panda è garantito, anche perché se no chi ci va? Fanno i turni, i panda. Quando uno riposa, ci pensano gli altri ad esibirsi ai turisti, tutti concentrati là, nessuno che degni di attenzione le altre sezioni dello zoo, forse il territorio più selvaggio del centro cittadino. È un peccato, pensiamo, che il nostro panda non era l’unico. Sarebbe stato molto più avventuroso se l’unico panda lo avessimo visto noi, trasgredendo i limiti di una delle zone ad accesso limitato della capitale della potenza cinese.

Ma c’è comunque spazio per l’avventura: mangiando. E sulla sperimentazione culinaria, almeno all’inizio, è d’accordo anche Olof. Non seguiamo le indicazioni delle guide, perché i ristoranti sono ovunque. In sei giorni mangiamo qua e là, quasi a caso, e tutte le volte, non solo i piatti sono completamente diversi, ma anche il concetto gastronomico stesso lo è. Ristoranti cinesi come quelli che conosciamo, ma invece di ordinare un piatto per ciascuno, si ordina in comune e si condivide tutto. Negozi di ravioli ripieni, cene di gamberi, pentole riscaldate per fondute con carne di ogni genere, un locale dove tutto viene servito su di un tappeto spesso tre centimetri di peperoncini minuscoli, insalaterie dove ci portano una zuppiera piena di qualsiasi cosa richiediamo e dove un telefonino con dizionario incorporato ci salva la vita. In ogni caso si mangia sempre bene. A pochi chilometri dall’hotello scopriamo Dongzhimen inner street, una via fatta solo di ristoranti, una fila lunghissima di lanterne arancioni, un effetto spettacolare. Siamo gli unici occidentali ed è qui che termineremo la maggior parte delle nostre serate.

Ogni volta però ci accompagna il timore tutto occidentale di trovarci davanti un piatto con qualcosa di disgustoso. Ed è un pericolo reale. Quando siamo fortunati troviamo un menù illustrato e riusciamo ad evitare viscere di ogni genere, meduse e cuori d’animale. Il cervello invece no, non possiamo escludere che quella cosa che assaggiamo la prima sera, in una salsa che sa di cioccolato e caffè, non sia stata in grado di pensare quando l’animale che la conteneva era vivo. Il fatto è che è così buona che solo dopo aver pagato il conto osiamo esporre il nostro sospetto.

Dopo mangiato ci si perde con senno, nel senso che in una città così grande è concesso perdersi anche cercando di seguire una mappa. Il sabato sera, dopo una lunga cena, seguiamo Dongzhimen street in linea retta, attraverso la zona dove i cinesi escono la sera. A Pechino si vive una vita collettiva e i bar sono ovunque, ma in questa zona non sono semplici e spartani come vuole lo stile del Grande balzo in avanti, ma curati, con decorazioni, temi e motivi. Tutto solo in cinese, tutto incomprensibile. Il sabato sera dovrebbe essere una via trafficata, ma è talmente enorme che camminiamo comunque quasi soli. Poi ci si para davanti un moloch che non riusciamo ad includere completamente nel quadro della nostra vista, un tempio che sembra una fortezza e ha l’onore dell’unica curva sul tracciato della via. Non è un tempio, ma la Torre del tamburo. Da questo punto in poi il numero dei locali aumenta, più rumorosi, meno particolari e più occidentaleggianti. Nel momento in cui ci sediamo per prendere una birra tutti i locali si svuotano all’improvviso. È mezzanotte, siamo sul terrazzo di una birreria americaneggiante, soli di fianco a due cinesi seduti ad un tavolo coperto di bottiglie vuote. Uno cade in coma etilico davanti ai nostri occhi. I camerieri, nervosi e indisponenti, lo adagiano su di una panca appena dietro l’ingresso. Quando ce ne andiamo, dopo una mezz’ora, è ancora là disteso come una salma, e potrebbe esserlo, una salma, per quanto ne sappiamo. Noi invece siamo soli per strada, inseguiti dai soliti tipi che ci invitano nei lady bar, con Olof che ogni tanto butta là timidamente e con attenti giri di parole l'idea di abboccare.

Gli occidentali sono pesci che si muovono a banchi. Non li vedi, sembra che non ci siano, nemmeno nella maggior parte dei posti citati sulla Lonely Planet. Poi li trovi tutti allo stesso posto. Tutti europei al musical di plastica, si era detto, sciami di capelli biondi e punti di azzurro fra gli occhi che costituiscono il panorama umano della Città proibita, del Palazzo d’estate e del tempio dei Lama, oltre ovviamente alla metà della popolazione del Banana Club, intenti a perseguire le grazie dell’altra metà degli avventori.

Gi europei del tempio Lama sono divertenti: figli del polline, hippy moderni, gente spirituale, appassionati di filosofia orientale. Si dilungano in gesti importanti quanto insignificanti ai fini della conservazione biologica. Inchini, inginocchiamenti, congiungimento di mani. I cinesi lo fanno con sguardi normali, quotidiani, come un europeo a messa. L’occidentale lo fa conscio di compiere un gesto importante, con uno sguardo mistico, sentendosi sicuro e probabilmente giusto, spirituale, sensibile, sentendosi a casa in un paese straniero perché cerca di adottarne le usanze.

Il tempio però è uno dei punti più belli della città. I motivi decorativi, l’architettura in padiglioni di legno, sono molto simili a quelli della Città proibita, ma hanno allo stesso tempo qualcosa di diverso. Un tema rosso e giallo, zafferano e peperoncino, colori naturali come spezie, vasche per bruciare l’incenso, sculture religiose. Particolari. Il corridoio sopraelevato fra due padiglioni, una pietra nera incisa, piante con frutta matura.

All’esterno, in una via completamente tinta del giallo e rosso dell’incenso in vendita, troviamo un negozio di tè. A casa bevo regolarmente tè cinese, mentre leggo o mi riposo. È una delle poche cose che mi consentono di concentrarmi, per pochi minuti, su una cosa o nulla, invece che su tutto allo stesso tempo, come sono solito fare. In Cina mi sono ripromesso di ravvivare le scorte. Lo farò, ma non qui. Qualche sera più tardi ci perderemo ancora nei labirintici hutong. Ci perderemo ancora con coscienza, perché labirintici sì, ma ognuno di loro è chiuso in un’area quadrata delimitata da strade regolari e riconoscibili sulla mappa. Negli hutong troveremo altri palazzi derelitti, altri bagni pubblici, attrezzi ginnici pubblici in aree aperte e una bottega di tè minuscola. Il gestore ci accoglie con garbo e leggero disagio. Assaggiamo, compriamo tè per il valore di una giornata di lavoro cinese. Quando il gestore sta per porgerci i nostri acquisti, la moglie gli strappa di mano il sacchetto di plastica, lancia un’occhiataccia a lui e un sorriso a noi e mette tutto in buste da regalo di carta resistente.

Sarà difficile ritrovare la via, ma ce la faremo quasi senza mappe. È l’ultima sera, Olof è volato via la mattina presto, Tomas e io abbiamo preso il pullman dell’hotello per vedere la Grande muraglia. Sul pullman, il fatto che fra noi parliamo tedesco ha destato la curiosità di una coppia tedesca e abbiamo passato la giornata con loro. Ragazzi dell’Est, nati troppo tardi perché la parata militare possa destare in loro ricorsi e ricordi. Perché la città è tappata. Tutte le vie sono chiuse per una sfilata di carri. Armati. E comunque armati finché vuoi, ma a me viene in mente la Love Parade, con mimetizzazioni pixellate dal blu al bianco, ruote con la banda bianca come le Cadillac degli anni Cinquanta. Nulla di particolarmente austero e militare. Da una parata militare in Cina ti aspetteresti chissà cosa, invece vedere un affare di ferro sfilare sotto l’insegna del McDonald’s non richiama certo, per quanto io mi sforzi, piazza Tien An Men, 1989, io dall’alto dei miei nove anni continuavo a chiedere a mia madre perché sti scemi provavano a fermare i carri con le mani, se sapevano che non ci sarebbero riusciti.

È stato là che abbiamo iniziato a perderci, dopo aver comprato dei litchi che non erano un gran che, alla faccia del fatto che le cose sono più buone quando le prendi alla fonte (sarà che il centro di Pechino proprio puro come una fonte non è). Arriviamo, a piedi, alla via dei ristoranti, mangiamo e già là comincio a sentirmi debole. La stanchezza mi prende di colpo, sento cose che non avevo sentito prima, nei giorni precedenti. Sento lo smog, il caldo umido, le notti troppo brevi, il sapore insopportabile del liquore di riso. Sento l’aria condizionata della stanza, la mattina dopo, mentre esco dalla doccia prima di prendere l’aereo per tornare a casa, ad Amsterdam, da K.

Ma è solo l’inizio.

domenica 7 febbraio 2010

Dal tredici al diciannove settembre, per le vie di Pechino

Pechino è un dato di fatto. Arrivarci in treno, con una preparazione di settimane, cancella completamente l’effetto shock. Anche il treno ormai è un dato di fatto. Ti scarica in un posto completamente diverso da quello dove sei salito. E forse è perché non ci credi, che da là non ripartirai, che non senti nulla di strano.
Meglio così, nessun sentimento eroico, messuna aria di impresa. Si scende e basta. La stazione è come quelle europee, con cartelli in cinese, ma quelli ci sono anche a Zeedijk.
Abituati alle basse densità abitative, quando il treno ci snocciola come piselli pronti per il minestrone, ci si perde immediatamente cercandosi, come al ritorno dalla gita scolastica, tutti stanchi e diretti a casa senza pazienza per i convenevoli. Oghi cerca di scappare, io riesco a fermarla e dirle ciao, gli altri neanche quello. È la folla cinese la più grande differenza rispetto alla Mongolia. Porta via gente, al punto che devi scegliere solo un paio di persone da salutare. Gli altri ciccia.

A Pechino ci togliamo le giacchette, appena usciti dalla stazione. I palazzi sono moderni, impersonali, grigi. Fraintendendo l’alfabeto, uno direbbe di essere in Giappone. La strada di fronte a noi è così lunga da terminare dove comincia l’orizzonte. Per arrivare all’ostello camminiamo fra due pareti di palazzi, come Mosè alla traversata del Mar Rosso. Ci abitueremo a farlo. La geometria stradale di Pechino è regolare. Cardo e decumano, termini latini che oggi descrivono Pechino e New York. Le strade in senso longitudinale sono ampie, sbocciano di banche, ristoranti decorati, negozi di oggetti, farmacie, minimercati. Quelle in senso latitudinale, come quella del nostro ostello, sono il retrobottega della città, disordine, miscela eterogenea di cemento e draghi impietriti, pezzi di materiale refrattario impilati. È qui che la geometria lascia il posto al caos. Ognuno vive in un capanno per attrezzi. Mattoni a grappoli, frammisti a lamiera, cemento, compensato, carta, anticaglie riconvertite a scopi funzionali e non decorativi. Ovunque si sente il piscio, più umano che animale. Nessuna casa ha un bagno e quelli pubblici sono frequenti, ma mai quanto basta.

A Pechino c’è molto da girare. In taxi, perché costano nulla e la città è enorme. I taxi tutti con la pubblicità dietro al sedile dell’autista, con scritto “enjoy the luxury experience of breast augmentation”. Il bello è che in tre ce ne accorgiamo solo all’ultimo giorno. Altre volte si gira in metropolitana, nuova, pulita, bianca, grigia e rosa, con treni frequenti e barre antisuicidio. Vuota. A piedi si fa poco e ci si perde, ma è bene camminare. Incredibile come in un posto così noioso e fatiscente si trovino così tanti spunti visuali. È girando per la città, a sud-est del centro, che ci si accorge della differenza fra povertà e miseria. Se sei povero puoi comunque essere felice, come in Mongolia, le tende vuote ma belle, i pochi elementi costitutivi decorati accuratamente a mano. La povertà ammette il tempo libero per curare l’esteriorità, la qualità della vita, oltre alla sopravvivenza. La miseria è quella dei cinesi, ai quali Mao ha levato la cultura a nome del progresso, costretti a vivere in capanne che sembrano serre bucate perché non conoscono standard di vita migliori. La povertà colpisce le tasche, la miseria raggiunge il cuore e lo stomaco.

Sei giorni inverosimili. Sento di aver raggiunto quello dal quale volevo scappare. Nella Città proibita, nel Palazzo d’estate, architettura bellissima, colori, gusto decorativo, ma un'impressione di falso, di made in China nel senso in cui lo si immagina in Europa. Una storia dimenticata. Ricostruirla è l’unico modo per provare che sia realmente esistita. Anche se a volte è necessario tappare le falle con fatti di cartapesta. La Grande muraglia, di pietre squadrate perfettamente, tenute insieme col cemento. Una scarpinata fino in cima e poi per scendere c’è lo scivolo.
Anche Mao, nel suo mausoleo, sembra finto. A vederlo lo scambieresti per Berlusconi, o per una di quelle maschere da carnevale con la faccia di Berlusconi.

Il mausoleo coi suoi fiori gialli in vendita a cinesi in fila ordinata, orgogliosi dell’uomo che li ha portati di colpo nella modernità, che ha trasformato Pechino in una città industriale, moltiplicando la popolazione, senza aumentarne le dimensioni. Per essere moderni serve austerità, adattamento, resistenza.

Poi, una volta raggiunta la modernità, puoi andare al Banana Club.

Pechino è il punto saliente per Olof. Ci è passato l'anno prima, ma è contento di tornarci. Ha apprezzato gli alcolici a basso prezzo, i taxi a prezzi da autobus, la modernità dei negozi del centro, il cibo cinese, ordini quindici portate, mangi un terzo di quanto ti portano, ma hai pagato al massimo 100 yuan. E 100 yuan sono 100 corone. Pensandoci bene è la persona più adatta per guidarci, senza l’illusione di cercare ambienti incontaminati, cultura, diversità. A Pechino Olof si lascia andare alla mollezza, insiste per prendere un taxi per andare ovunque, Tomas perde la pazienza, io mi lascio andare. Girare la città in bicicletta o in taxi non fa molta differenza.

E la mollezza qui è a portata di qualsiasi tasca occidentale. Il nostro ostello è un hotel, con tanto di kit con spazzolino che dopo tre giorni sembra uno spazzolino normale vecchio di tre mesi e minitubo di colla da modellismo con dentro il dentifricio. È proprio a Pechino che si torna a casa: internet ogni giorno e venti minuti di Inter - Parma in tv. Per fortuna che Facebook è bloccato dalla censura.
Intanto controllare Olof diventa sempre più arduo e mi tocca concedergli la mia prima volta al Kentucky Fried Chicken. Pollo fritto del Kentucky, a Pechino.
E soprattutto gli concediamo il Banana Club. Un club superesclusivo con tutta la bella gente di Pechino, più Tomas, che i vestiti da bella gente li ha comprati il giorno stesso al mercato dei falsi e io, che mi presento in uniforme da treno.

Non è mica la discoteca di Ulan Bator, il Banana Club. A Pechino è pieno di gente bella e i pechinesi sanno riconoscere un Prada vero da un falso o un Oviesse. In bagno c’è uno che mentre pisci nei cessi a muro ti massaggia la testa e ti offre una gomma. Le ragazze deludono Olof, tanto che in seguito, ogni volta che verremo invitati da un distinto signore in un lady bar, verrà seriamente tentato a scappare dalle nostre fauci protettive per sciogliersi nella sensualità asiatica in un ambiente più consono della cuccetta di un treno.

Ci voleva poratre all’opera, Olof, e invece ci porta a vedere un musical sui monaci Shaolin. Nella sala gli unici cinesi sono sul palco e parlano l’idioma americano. A fine spettacolo si unisce a loro, previa esborso di 20 yuan, per una fotografia in posa. È proprio la città per lui. È entusiasta e ci fa in questa città, ci fa.

Una sera torniamo all’hotello proprio nel momento in cui squilla il telefono per noi. È Linda, che sapeva il nome del posto e ha chiamato per invitarci a mangiare l’anatra in un posticello non troppo lontano. Pare che sia stata Mia ad organizzare l’evento e infatti eccola là, bella con la sua pelle scura che sembra abbronzata, il suo sorriso tondo, gli occhi da korae, con l’aggiunta di capelli e vestiti puliti. Mi regala un involtino di riso dolce e mi invita a fumare un’altra sigaretta cinese, che stavolta rifiuto. Mi scopro quasi a sperarmi singolo, mentre assaggio tutto dell’anatra, soprattutto la pelle dolce, da intingere fra cristalli di zucchero. Con noi c’è il solito mondo anglosassone che si sposta di ostello in ostello guardandosi ogni tanto qualche monumento. Un tipo completamente ubriaco che si narra sia stato portato via in coma etilico solo la sera prima. Un altro con occhiali talmente sporchi che ci sis chiede come li possa guardare, quei due monumenti. Lo ritroveremo due giorni dopo al Palazzo d’Estate, con gli occhiali altrettanto sporchi.

E intanto Mia è là e Holly Day la spinge. L’intesa c’è tutta, ma lei che è hippy e psicologica, capisce che sarebbe bello sì, ma non possumus. Tanto più che poi si scopre che avrebbe il mio stesso impedimento, per quanto sia decisamente disposta ad ignorarlo. Ci sentiamo confortati da tanta moralità e finisce che facciamo anche noi i disegnini da appendere, con la bandierina del nostro paese come chi ci ha preceduti. Io mi spaccio per sanmarinese e qualche boccale di Tsingtao dopo potrei essere uno di quegli anglosassoni da ostello, se non stessi cantando Karl-Marx Strasse di Paolo Pietrangeli accompagnato alla chitarra da Tomas, estasiato dal ritornello che dice “Lenin olè”. Lui, lo scandinavo, che associare politica e cori da stadio gli fa strano.