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sabato 27 marzo 2010

Diciannove settembre: epilogo

È solo l’inizio perché è qui che cominciano a succedere le cose. Non cose grandi, impressionanti, ma in fondo messe da conto da mesi. Qui cominciano gli imprevisti, proprio mentre cali le difese immunitarie in vista della fine.
Succede per cominciare che quella ventata di aria condizionata accesa da Olof due giorni prima, che mi aveva sorpreso all’uscita dalla doccia, mi torna in mente l’ultima notte, prima della partenza. Mi torna in mente mentre mi contorco nelle lenzuola rosa, gelando e poi sudando, come non ho mai fatto prima. La maglietta è completamente bagnata e a metà notte mi tocca cambiarla. Mi torna in mente con un senso di malessere, la mattina dopo, proprio mentre di nuovo esco dalla doccia per vestirmi e stipare in valigia gli oggetti con scritte in alfabeti esotici che ho raccattato fra Russia, Mongolia e Cina.

Un taxi per l’aeroporto costa i miei ultimi yuan. In macchina mi sento debole, ho brividi di gelo. Sono troppo spompato per idee romantiche come dire addio all’Asia e al nostro viaggio durato 9 mesi e mezzo, contando anche e soprattutto la preparazione. Troppo debole per pensare a casa. Penso all’imbarco, nell’illusione che un sedile bombato e una dormita possano farmi bene.

È il periodo in cui la leggenda urbana della febbre suina imperversa in Europa. L’idea di essere malato, e non solo stanco, mi viene in mente solo al gate, poco prima di attraversare un sensore che promette di rilevare la temperatura corporea al volo, garantendo sonori bip in caso di febbre. Non suona, dubbio fugato. Tra l’altro già da un po’ mi sento meglio.

Dall’aereo si vede la Siberia come non l’abbiamo ancora vista, dall’alto: oltre alle foreste verdi, laghi che appaiono perfettamente rotondi. L’aria condizionata è una tortura, in breve torno a stare male, peggio di prima e bere birra è gratis, ma non aiuta. Fra l’altro, a differenza di Tomas, non riesco a chiudere occhio. Siamo già abbondantemente in Europa quando realizzo che potrei davvero avere l’influenza. La hostess mi dà un tè di menta e una coperta, manco un'aspirina.

Mi sento leggermente meglio all’aeroporto di Vienna, per il cambio d’aereo. All’edicola, per rendermi conto di essere tornato in Europa, compro per la prima volta nella mia vita la Gazzetta dello Sport. Da Pechino ai tifosi napoletani arrestati per detenzione di materiali pericolosi, passando per i guai di Ronaldinho.
Nell’aeroporto, cartelli in diverse lingue consigliano di rivolgersi al personale sanitario in caso di sintomi quali brividi, mal di gola e febbre. Potrebbe trattarsi di febbre suina. Fra tutti questi sintomi, a me manca solo la febbre, ma questo non significa che abbia il tempo e soprattutto la forza di cercare il servizio sanitario.

Sull’aereo per Amsterdam, avvolto in una coperta e ancora imbottito di tè alla menta, sto molto meglio. Mentre sudo i nemici dei miei anticorpi in una coperta dell’Austrian Airways, ho il tempo di rendermi conto di star tornando a casa e pianificare di conseguenza. Tomas resterà per la notte, la mattina dopo avrò modo di incontrare la sua nuovissima ragazza, una storia iniziata poche settimane prima del viaggio. Per precauzione, in viaggio l’abbiamo chiamata tutti solo “Dutch Girl”.

Sul treno fra l’aeroporto e casa chiamo K. È sabato sera, scopro che Markus, il suo amico del paesino, si è autoinvitato per il fine settimana e hanno programmato di uscire con amici suoi e altri che K ha conosciuto durante la mia assenza. Dice che ci incontreremo solo la notte tardi, verso le 3, quando torneranno a casa. La cosa non mi fa piacere, ma mi trattengo: in fondo io sono stato via per tre settimane, lei solo una serata.

A questo punto ricordo solo il crollo fra le coperte, l’espiazione tramite sonno, la porta di casa che si apre quando potrebbero essere proprio le 3.

Sarà la sveglia dopo tre ore, saranno le circostanze, ma mi sento male di nuovo. Stavolta K mi offre il suo termometro e mi rendo conto per la prima volta di avere davvero la febbre alta. Si parla della mia malattia e della loro serata. Non una parola sul viaggio. Sarà che dopo tre settimane "com'è andata?” sembra una domanda fuori posto, sarà un’altra cosa che so io.

Con la scusa che sono malato, K dorme su di un materasso sul pavimento, così come ha fatto per le tre settimane precedenti. In effetti il materasso del matrimoniale è il meno caro che l’IKEA aveva da offrire. Ogni volta che uno si muove, anche l'altro si sposta per via di un'onda tellurica di moto incalcolabile. Prima di chiudere gli occhi arriva diretto un riferimento alla tematica più cara a K: ho fatto qualcosa con altre ragazze? Non che mi aspetti una domanda sul viaggio. Sarà la questione del “com’è andata?”, sarà più che altro la famosa altra cosa che so io: K aveva odiato l’idea del viaggio fin da quando avevo comprato il biglietto (prima no, perché non credeva che lo avrei fatto davvero). So comunque per certo che non le interessa sapere cosa abbiamo visto. Da quando anni fa è venuta a sapere che avevo baciato un’altra ragazza, ha smesso di fidarsi di me, si è gradualmente allontanata per tornare ai gusti e alle abitudini della sua famiglia. E le vacanze della sua famiglia erano in camper, nei campeggi, spostandosi su biciclette portate da casa per preparare il fondo per la Bitburger della sera. Sport, esercizio fisico, natura. Meditazione ed espiazione. In Germania è tradizione, anche nelle famiglie cattoliche.

La domanda sulle ragazze me la aspetto, ma non subito, non a freddo. Le rispondo che no, non è successo niente, poi sottoposto a terzo grado le confesso che se avessi voluto avrei potuto e comincio a parlare di U sul treno fra Mosca e Irkutsk. K vuole sapere tutto di lei. Le interessa sapere il tipo di ragazza interessata a me. Poi va a dormire non convinta, ma tutto sommato rassicurata. Il fatto che io sia tornato è comunque una prova che non ho intenzione di abbandonarla. Io invece mi seppellisco sotto il piumone, respirando per annientare i brividi con il calore.

La mattina seguente il termometro non perdona. Rinuncio all’idea di conoscere Dutch Girl e mi butto a letto. Tomas parte e ci salutiamo così, in un abbraccio di flanella contro cotone temprato da viaggio e valigia, barbe non ancora rasate, dopo tre settimane. Finisce il viaggio, ricomincia la vita. Una vita di espiazione, perché ora non sono decisamente in grado di muovermi, con i brividi che mi azzerano.

K diventa dolcissima. Appena Tomas parte, lei, solitamente malata di ipocondria in seguito ad esposizione prolungata a stress da studio e lavoro, salta sul letto dove sono sfasciato e mi abbraccia in silenzio per diversi minuti, senza parlare. Poi si prende cura di me, mi compra tachipirina e Strepsils e mi fa un tè prima di partire per un lungo giro in centro con Markus.

Rimango invertebrato per i primi due giorni della settimana. Niente lavoro, la barba che continua a crescere, ispida e grigia come un cespuglio di ginepro e mi manca la forza anche solo per aprire un libro, ascoltare musica o accendere il computer. Mi rigiro fra le coperte in preda a spasmi di caldo e freddo, lasciandomi prendere dalla nausea ad ogni pensiero rivolto verso l‘aria condizionata dell’aereo, o Pechino in generale.

K va a lavorare e quando torna rimanda di continuo la visione delle fotografie del viaggio. A dire il vero non mi chiede nulla. Per il resto la vita si stabilizza al livello di prima della partenza. Mercoledì torno in ufficio, ancora troppo debole, faccio un errore dietro l’altro, dimentico date di consegna. Il giovedì sera siamo in soggiorno, io seduto sul divano a leggere, sfinito, lei poco distante da me, alla sua scrivania nell’angolo vicino alla finestra, quella da dove sto scrivendo ora.

Di solito le sue sedute informatiche sono silenziose. Lei è sempre stata silenziosa, comunque. A casa le hanno insegnato che se una cosa non è importante, è meglio non dirla per niente. Ad un certo punto la sento parlare: “Credo di essermi innamorata”, così, ex abrupto, senza un “sai” o uno schiarimento di gola. Una risata sforzata fa credere che la cosa non sia seria, ma K non fa battute, soprattutto quando si parla di sentimenti. Anzi, si arrabbia quando lo faccio io. Rimango completamente spiazzato, anche se all’inizio mi sembra che la cosa più logica sia che stia parlando di me. Poi, ancora mentre ride in modo scomposto, quasi sadico, mi racconta la storia.

È un suo collega del quale mi aveva già parlato prima di partire. Lavora in un altro edificio, ma si sono conosciuti ad una delle feste che l’azienda organizza ogni mese un venerdì dopo lavoro. Si sono conosciuti parlando di musica, poi si sono promessi di rivedersi per concerti e discoteche alternative. Come molti olandesi ha un nome alquanto cazzuto: si chiama Dignus.

Pare che dopo due settimane di truce solitudine in mia assenza, K sia stata soccorsa dai colleghi che l’hanno vista piangere dopo la mia telefonata dalla ger in Mongolia. La hanno portata fuori, a divertirsi con loro, lei si è accorta di poter star bene e forse meglio senza di me. Alla fine, mentre ero a Pechino, la sua vita è ricominciata, ha iniziato ad uscire, divertirsi. Io intanto visitavo la Città proibita. Alla fine non era poi così difficile, la vita senza di me.

Così K, che ha una visione inflessibile dell’etica, mi avvisa prima di commettere il danno, perché le cose si fanno bene o non si fanno. Fatto sta che il sabato successivo, quando lei esce con Degno, lui non ci sta neanche. Ma il dado è tratto. I pezzi del puzzle sono gli stessi di prima, ma la colla non attacca più. K cerca casa da sola, dopo pochi mesi scopro di piacere ad una collega che fin dall’inizio non mi è mai stata completamente indifferente. Poche settimane dopo lei va a visitare gli amici dell’università per 10 giorni e io scopro cosa K aveva sofferto in mia assenza, cosa intendeva quando temeva la mia partenza. E nonostante tutto non riesco a stare completamente male, dopo aver visto i lunghi tramonti della Mongolia, l’hotel dell’Intourist di fronte alla stazione di Novosibirsk, gli attrezzi da ginnastica affondati nel cemento davanti alle case e ai pisciatoi degli hutong di Pechino. È un mistero, il mistero del viaggio, come tre settimane possano valere il sacrificio di cinque anni di vita.

giovedì 18 febbraio 2010

Sempre dal tredici al diciannove settembre, ancora per le vie di Pechino

Più tardi, quando a casa riguardo le fotografie di Pechino, mi rendo conto di non aver convertito in pixel niente di importante. Monumenti: solo dettagli di monumenti fintoveri. Tien An Men, la città proibita, rossa, verde, blu, coperta dalla foschia grigia dello smog, che ai tempi delle dinastie non c’era, che altrimenti magari i colori se li sarebbero risparmiati. Ma non la zona circostante, non i taxi fumiganti o la fila per vedere la mummia di Mao. Il Palazzo d’estate, ma non l’area derelitta dove ci perdiamo al ritorno, cercando di attraversare l’enormità in un autobus gremito di bambini in tuta ginnica coordinata e desistendo alla fine per trovarci isolati in un’area diroccata. Il Tempio dei lama, ma non la strada giallorossa, tinta di bancarelle che vendono incenso. Perdo Dongzhimen street, la strada dei ristoranti, di notte, illuminata di luci arancioni. Spesso i dettagli mi sfuggono, ma di solito è pudore. Non fotografo le case decrepite per rispetto verso chi ci abita. Pudore, appunto, non rispetto, perché so che se avessi la certezza che nessuno mi possa vedere, il diaframa si aprirebbe di colpo in scatti continui, come palpebre disturbate da impurità provenienti dall’esterno.

E dire che i cinesi di pudore non ne provano. Nei luoghi di turismo l’europeo è una curiosità. Le nostre barbe, bionda, rossa e nera come la bandiera della Germania, richiamano paesi esotici dove la gente ha capelli e occhi di colori diversi (e poi magari nota la diversità solo nella pelle). Ci chiedono di essere fotografati con loro. Anche allo zoo, davanti alla gabbia dell’orso. Non l’orso, ma l’umano. Le ragazze si mettono in pose da Club Topolino, con le braccia incrociate davanti al petto e le dita a formare il segno della vittoria.

Ma a Pechino, lo ammetto, ci concediamo anche noi momenti di turismo becero. Olof si scatena e noi non abbiamo la forza di contrastarlo. Ci porta al mercatino dei falsi. Ci passiamo una giornata. Compro un vestito di presunta seta per K e mi basta così. Mentre gli altri spendono ore a farsi convincere a comprare quattro camicie invece di una sola, il mio unico divertimento è farmi filmare mentre percorro il corridoio fra le bancarelle e vengo placcato da decine di venditori. Non che mi rifiuti di comprare imitazioni, semplicemente non mi è mai piaciuto girare con il nome di una marca sul petto. Il fatto che sia un falso non cambia nulla.

Ma è proprio qui che facciamo una delle esperienze più vere. Fra la stazione della metropolitana e il Mercato delle Perle, dopo esserci per una volta ribellati a Olof che vuole un caffè in un locale per soli turisti, ci perdiamo fra le vie più strette, quelle con l’immondizia in terra, le porte di assicelle e il cemento che copre un intreccio di altre assicelle, cartone e plastica: le vie dove abita la gente comune. Anche qui bar e camioncini che vendono varietà impressionanti di tè freddi. Ne assaggio uno affumicato, di sapore agrodolce, di whiskey analcolico, ma ce ne sono molti altri, decisamente più freschi e buoni di quelli che si vendono in Europa. Spesso sono fatti semplicemente di acqua e tè, o almeno così sta scritto sul riquadro in inglese dell’etichetta.

A Pechino andiamo a vedere i panda, perché Olof dice “che fai, vai a Pechino e non vedi i panda?” e stavolta il connazionale è d’accordo. Allo zoo il panda non c’è, ma c’è una porta aperta. Tomas entra e noi dietro. Corridoi sporchi, poi sbarre e ce lo troviamo davanti così, il nostro primo panda, in posa come il simbolo del WWF, con lo sguardo triste e pensieroso. È una scena irreale, come aprire una porta e trovarsi davanti qualcuno che conosci, ma non ti aspetti, come un George Clooney con un cordiale in mano, solo con la barba di un po’ più di tre giorni e più capelli bianchi. Poi usciamo e gli altri panda li vediamo come tutti, dalla distanza, perché allo zoo di Pechino il panda è garantito, anche perché se no chi ci va? Fanno i turni, i panda. Quando uno riposa, ci pensano gli altri ad esibirsi ai turisti, tutti concentrati là, nessuno che degni di attenzione le altre sezioni dello zoo, forse il territorio più selvaggio del centro cittadino. È un peccato, pensiamo, che il nostro panda non era l’unico. Sarebbe stato molto più avventuroso se l’unico panda lo avessimo visto noi, trasgredendo i limiti di una delle zone ad accesso limitato della capitale della potenza cinese.

Ma c’è comunque spazio per l’avventura: mangiando. E sulla sperimentazione culinaria, almeno all’inizio, è d’accordo anche Olof. Non seguiamo le indicazioni delle guide, perché i ristoranti sono ovunque. In sei giorni mangiamo qua e là, quasi a caso, e tutte le volte, non solo i piatti sono completamente diversi, ma anche il concetto gastronomico stesso lo è. Ristoranti cinesi come quelli che conosciamo, ma invece di ordinare un piatto per ciascuno, si ordina in comune e si condivide tutto. Negozi di ravioli ripieni, cene di gamberi, pentole riscaldate per fondute con carne di ogni genere, un locale dove tutto viene servito su di un tappeto spesso tre centimetri di peperoncini minuscoli, insalaterie dove ci portano una zuppiera piena di qualsiasi cosa richiediamo e dove un telefonino con dizionario incorporato ci salva la vita. In ogni caso si mangia sempre bene. A pochi chilometri dall’hotello scopriamo Dongzhimen inner street, una via fatta solo di ristoranti, una fila lunghissima di lanterne arancioni, un effetto spettacolare. Siamo gli unici occidentali ed è qui che termineremo la maggior parte delle nostre serate.

Ogni volta però ci accompagna il timore tutto occidentale di trovarci davanti un piatto con qualcosa di disgustoso. Ed è un pericolo reale. Quando siamo fortunati troviamo un menù illustrato e riusciamo ad evitare viscere di ogni genere, meduse e cuori d’animale. Il cervello invece no, non possiamo escludere che quella cosa che assaggiamo la prima sera, in una salsa che sa di cioccolato e caffè, non sia stata in grado di pensare quando l’animale che la conteneva era vivo. Il fatto è che è così buona che solo dopo aver pagato il conto osiamo esporre il nostro sospetto.

Dopo mangiato ci si perde con senno, nel senso che in una città così grande è concesso perdersi anche cercando di seguire una mappa. Il sabato sera, dopo una lunga cena, seguiamo Dongzhimen street in linea retta, attraverso la zona dove i cinesi escono la sera. A Pechino si vive una vita collettiva e i bar sono ovunque, ma in questa zona non sono semplici e spartani come vuole lo stile del Grande balzo in avanti, ma curati, con decorazioni, temi e motivi. Tutto solo in cinese, tutto incomprensibile. Il sabato sera dovrebbe essere una via trafficata, ma è talmente enorme che camminiamo comunque quasi soli. Poi ci si para davanti un moloch che non riusciamo ad includere completamente nel quadro della nostra vista, un tempio che sembra una fortezza e ha l’onore dell’unica curva sul tracciato della via. Non è un tempio, ma la Torre del tamburo. Da questo punto in poi il numero dei locali aumenta, più rumorosi, meno particolari e più occidentaleggianti. Nel momento in cui ci sediamo per prendere una birra tutti i locali si svuotano all’improvviso. È mezzanotte, siamo sul terrazzo di una birreria americaneggiante, soli di fianco a due cinesi seduti ad un tavolo coperto di bottiglie vuote. Uno cade in coma etilico davanti ai nostri occhi. I camerieri, nervosi e indisponenti, lo adagiano su di una panca appena dietro l’ingresso. Quando ce ne andiamo, dopo una mezz’ora, è ancora là disteso come una salma, e potrebbe esserlo, una salma, per quanto ne sappiamo. Noi invece siamo soli per strada, inseguiti dai soliti tipi che ci invitano nei lady bar, con Olof che ogni tanto butta là timidamente e con attenti giri di parole l'idea di abboccare.

Gli occidentali sono pesci che si muovono a banchi. Non li vedi, sembra che non ci siano, nemmeno nella maggior parte dei posti citati sulla Lonely Planet. Poi li trovi tutti allo stesso posto. Tutti europei al musical di plastica, si era detto, sciami di capelli biondi e punti di azzurro fra gli occhi che costituiscono il panorama umano della Città proibita, del Palazzo d’estate e del tempio dei Lama, oltre ovviamente alla metà della popolazione del Banana Club, intenti a perseguire le grazie dell’altra metà degli avventori.

Gi europei del tempio Lama sono divertenti: figli del polline, hippy moderni, gente spirituale, appassionati di filosofia orientale. Si dilungano in gesti importanti quanto insignificanti ai fini della conservazione biologica. Inchini, inginocchiamenti, congiungimento di mani. I cinesi lo fanno con sguardi normali, quotidiani, come un europeo a messa. L’occidentale lo fa conscio di compiere un gesto importante, con uno sguardo mistico, sentendosi sicuro e probabilmente giusto, spirituale, sensibile, sentendosi a casa in un paese straniero perché cerca di adottarne le usanze.

Il tempio però è uno dei punti più belli della città. I motivi decorativi, l’architettura in padiglioni di legno, sono molto simili a quelli della Città proibita, ma hanno allo stesso tempo qualcosa di diverso. Un tema rosso e giallo, zafferano e peperoncino, colori naturali come spezie, vasche per bruciare l’incenso, sculture religiose. Particolari. Il corridoio sopraelevato fra due padiglioni, una pietra nera incisa, piante con frutta matura.

All’esterno, in una via completamente tinta del giallo e rosso dell’incenso in vendita, troviamo un negozio di tè. A casa bevo regolarmente tè cinese, mentre leggo o mi riposo. È una delle poche cose che mi consentono di concentrarmi, per pochi minuti, su una cosa o nulla, invece che su tutto allo stesso tempo, come sono solito fare. In Cina mi sono ripromesso di ravvivare le scorte. Lo farò, ma non qui. Qualche sera più tardi ci perderemo ancora nei labirintici hutong. Ci perderemo ancora con coscienza, perché labirintici sì, ma ognuno di loro è chiuso in un’area quadrata delimitata da strade regolari e riconoscibili sulla mappa. Negli hutong troveremo altri palazzi derelitti, altri bagni pubblici, attrezzi ginnici pubblici in aree aperte e una bottega di tè minuscola. Il gestore ci accoglie con garbo e leggero disagio. Assaggiamo, compriamo tè per il valore di una giornata di lavoro cinese. Quando il gestore sta per porgerci i nostri acquisti, la moglie gli strappa di mano il sacchetto di plastica, lancia un’occhiataccia a lui e un sorriso a noi e mette tutto in buste da regalo di carta resistente.

Sarà difficile ritrovare la via, ma ce la faremo quasi senza mappe. È l’ultima sera, Olof è volato via la mattina presto, Tomas e io abbiamo preso il pullman dell’hotello per vedere la Grande muraglia. Sul pullman, il fatto che fra noi parliamo tedesco ha destato la curiosità di una coppia tedesca e abbiamo passato la giornata con loro. Ragazzi dell’Est, nati troppo tardi perché la parata militare possa destare in loro ricorsi e ricordi. Perché la città è tappata. Tutte le vie sono chiuse per una sfilata di carri. Armati. E comunque armati finché vuoi, ma a me viene in mente la Love Parade, con mimetizzazioni pixellate dal blu al bianco, ruote con la banda bianca come le Cadillac degli anni Cinquanta. Nulla di particolarmente austero e militare. Da una parata militare in Cina ti aspetteresti chissà cosa, invece vedere un affare di ferro sfilare sotto l’insegna del McDonald’s non richiama certo, per quanto io mi sforzi, piazza Tien An Men, 1989, io dall’alto dei miei nove anni continuavo a chiedere a mia madre perché sti scemi provavano a fermare i carri con le mani, se sapevano che non ci sarebbero riusciti.

È stato là che abbiamo iniziato a perderci, dopo aver comprato dei litchi che non erano un gran che, alla faccia del fatto che le cose sono più buone quando le prendi alla fonte (sarà che il centro di Pechino proprio puro come una fonte non è). Arriviamo, a piedi, alla via dei ristoranti, mangiamo e già là comincio a sentirmi debole. La stanchezza mi prende di colpo, sento cose che non avevo sentito prima, nei giorni precedenti. Sento lo smog, il caldo umido, le notti troppo brevi, il sapore insopportabile del liquore di riso. Sento l’aria condizionata della stanza, la mattina dopo, mentre esco dalla doccia prima di prendere l’aereo per tornare a casa, ad Amsterdam, da K.

Ma è solo l’inizio.

domenica 7 febbraio 2010

Dal tredici al diciannove settembre, per le vie di Pechino

Pechino è un dato di fatto. Arrivarci in treno, con una preparazione di settimane, cancella completamente l’effetto shock. Anche il treno ormai è un dato di fatto. Ti scarica in un posto completamente diverso da quello dove sei salito. E forse è perché non ci credi, che da là non ripartirai, che non senti nulla di strano.
Meglio così, nessun sentimento eroico, messuna aria di impresa. Si scende e basta. La stazione è come quelle europee, con cartelli in cinese, ma quelli ci sono anche a Zeedijk.
Abituati alle basse densità abitative, quando il treno ci snocciola come piselli pronti per il minestrone, ci si perde immediatamente cercandosi, come al ritorno dalla gita scolastica, tutti stanchi e diretti a casa senza pazienza per i convenevoli. Oghi cerca di scappare, io riesco a fermarla e dirle ciao, gli altri neanche quello. È la folla cinese la più grande differenza rispetto alla Mongolia. Porta via gente, al punto che devi scegliere solo un paio di persone da salutare. Gli altri ciccia.

A Pechino ci togliamo le giacchette, appena usciti dalla stazione. I palazzi sono moderni, impersonali, grigi. Fraintendendo l’alfabeto, uno direbbe di essere in Giappone. La strada di fronte a noi è così lunga da terminare dove comincia l’orizzonte. Per arrivare all’ostello camminiamo fra due pareti di palazzi, come Mosè alla traversata del Mar Rosso. Ci abitueremo a farlo. La geometria stradale di Pechino è regolare. Cardo e decumano, termini latini che oggi descrivono Pechino e New York. Le strade in senso longitudinale sono ampie, sbocciano di banche, ristoranti decorati, negozi di oggetti, farmacie, minimercati. Quelle in senso latitudinale, come quella del nostro ostello, sono il retrobottega della città, disordine, miscela eterogenea di cemento e draghi impietriti, pezzi di materiale refrattario impilati. È qui che la geometria lascia il posto al caos. Ognuno vive in un capanno per attrezzi. Mattoni a grappoli, frammisti a lamiera, cemento, compensato, carta, anticaglie riconvertite a scopi funzionali e non decorativi. Ovunque si sente il piscio, più umano che animale. Nessuna casa ha un bagno e quelli pubblici sono frequenti, ma mai quanto basta.

A Pechino c’è molto da girare. In taxi, perché costano nulla e la città è enorme. I taxi tutti con la pubblicità dietro al sedile dell’autista, con scritto “enjoy the luxury experience of breast augmentation”. Il bello è che in tre ce ne accorgiamo solo all’ultimo giorno. Altre volte si gira in metropolitana, nuova, pulita, bianca, grigia e rosa, con treni frequenti e barre antisuicidio. Vuota. A piedi si fa poco e ci si perde, ma è bene camminare. Incredibile come in un posto così noioso e fatiscente si trovino così tanti spunti visuali. È girando per la città, a sud-est del centro, che ci si accorge della differenza fra povertà e miseria. Se sei povero puoi comunque essere felice, come in Mongolia, le tende vuote ma belle, i pochi elementi costitutivi decorati accuratamente a mano. La povertà ammette il tempo libero per curare l’esteriorità, la qualità della vita, oltre alla sopravvivenza. La miseria è quella dei cinesi, ai quali Mao ha levato la cultura a nome del progresso, costretti a vivere in capanne che sembrano serre bucate perché non conoscono standard di vita migliori. La povertà colpisce le tasche, la miseria raggiunge il cuore e lo stomaco.

Sei giorni inverosimili. Sento di aver raggiunto quello dal quale volevo scappare. Nella Città proibita, nel Palazzo d’estate, architettura bellissima, colori, gusto decorativo, ma un'impressione di falso, di made in China nel senso in cui lo si immagina in Europa. Una storia dimenticata. Ricostruirla è l’unico modo per provare che sia realmente esistita. Anche se a volte è necessario tappare le falle con fatti di cartapesta. La Grande muraglia, di pietre squadrate perfettamente, tenute insieme col cemento. Una scarpinata fino in cima e poi per scendere c’è lo scivolo.
Anche Mao, nel suo mausoleo, sembra finto. A vederlo lo scambieresti per Berlusconi, o per una di quelle maschere da carnevale con la faccia di Berlusconi.

Il mausoleo coi suoi fiori gialli in vendita a cinesi in fila ordinata, orgogliosi dell’uomo che li ha portati di colpo nella modernità, che ha trasformato Pechino in una città industriale, moltiplicando la popolazione, senza aumentarne le dimensioni. Per essere moderni serve austerità, adattamento, resistenza.

Poi, una volta raggiunta la modernità, puoi andare al Banana Club.

Pechino è il punto saliente per Olof. Ci è passato l'anno prima, ma è contento di tornarci. Ha apprezzato gli alcolici a basso prezzo, i taxi a prezzi da autobus, la modernità dei negozi del centro, il cibo cinese, ordini quindici portate, mangi un terzo di quanto ti portano, ma hai pagato al massimo 100 yuan. E 100 yuan sono 100 corone. Pensandoci bene è la persona più adatta per guidarci, senza l’illusione di cercare ambienti incontaminati, cultura, diversità. A Pechino Olof si lascia andare alla mollezza, insiste per prendere un taxi per andare ovunque, Tomas perde la pazienza, io mi lascio andare. Girare la città in bicicletta o in taxi non fa molta differenza.

E la mollezza qui è a portata di qualsiasi tasca occidentale. Il nostro ostello è un hotel, con tanto di kit con spazzolino che dopo tre giorni sembra uno spazzolino normale vecchio di tre mesi e minitubo di colla da modellismo con dentro il dentifricio. È proprio a Pechino che si torna a casa: internet ogni giorno e venti minuti di Inter - Parma in tv. Per fortuna che Facebook è bloccato dalla censura.
Intanto controllare Olof diventa sempre più arduo e mi tocca concedergli la mia prima volta al Kentucky Fried Chicken. Pollo fritto del Kentucky, a Pechino.
E soprattutto gli concediamo il Banana Club. Un club superesclusivo con tutta la bella gente di Pechino, più Tomas, che i vestiti da bella gente li ha comprati il giorno stesso al mercato dei falsi e io, che mi presento in uniforme da treno.

Non è mica la discoteca di Ulan Bator, il Banana Club. A Pechino è pieno di gente bella e i pechinesi sanno riconoscere un Prada vero da un falso o un Oviesse. In bagno c’è uno che mentre pisci nei cessi a muro ti massaggia la testa e ti offre una gomma. Le ragazze deludono Olof, tanto che in seguito, ogni volta che verremo invitati da un distinto signore in un lady bar, verrà seriamente tentato a scappare dalle nostre fauci protettive per sciogliersi nella sensualità asiatica in un ambiente più consono della cuccetta di un treno.

Ci voleva poratre all’opera, Olof, e invece ci porta a vedere un musical sui monaci Shaolin. Nella sala gli unici cinesi sono sul palco e parlano l’idioma americano. A fine spettacolo si unisce a loro, previa esborso di 20 yuan, per una fotografia in posa. È proprio la città per lui. È entusiasta e ci fa in questa città, ci fa.

Una sera torniamo all’hotello proprio nel momento in cui squilla il telefono per noi. È Linda, che sapeva il nome del posto e ha chiamato per invitarci a mangiare l’anatra in un posticello non troppo lontano. Pare che sia stata Mia ad organizzare l’evento e infatti eccola là, bella con la sua pelle scura che sembra abbronzata, il suo sorriso tondo, gli occhi da korae, con l’aggiunta di capelli e vestiti puliti. Mi regala un involtino di riso dolce e mi invita a fumare un’altra sigaretta cinese, che stavolta rifiuto. Mi scopro quasi a sperarmi singolo, mentre assaggio tutto dell’anatra, soprattutto la pelle dolce, da intingere fra cristalli di zucchero. Con noi c’è il solito mondo anglosassone che si sposta di ostello in ostello guardandosi ogni tanto qualche monumento. Un tipo completamente ubriaco che si narra sia stato portato via in coma etilico solo la sera prima. Un altro con occhiali talmente sporchi che ci sis chiede come li possa guardare, quei due monumenti. Lo ritroveremo due giorni dopo al Palazzo d’Estate, con gli occhiali altrettanto sporchi.

E intanto Mia è là e Holly Day la spinge. L’intesa c’è tutta, ma lei che è hippy e psicologica, capisce che sarebbe bello sì, ma non possumus. Tanto più che poi si scopre che avrebbe il mio stesso impedimento, per quanto sia decisamente disposta ad ignorarlo. Ci sentiamo confortati da tanta moralità e finisce che facciamo anche noi i disegnini da appendere, con la bandierina del nostro paese come chi ci ha preceduti. Io mi spaccio per sanmarinese e qualche boccale di Tsingtao dopo potrei essere uno di quegli anglosassoni da ostello, se non stessi cantando Karl-Marx Strasse di Paolo Pietrangeli accompagnato alla chitarra da Tomas, estasiato dal ritornello che dice “Lenin olè”. Lui, lo scandinavo, che associare politica e cori da stadio gli fa strano.

sabato 16 gennaio 2010

Dodici settembre

Il viaggio fra Ulan Bator e Pechino è il contrario. Non c’è un singolo mongolo, un singolo cinese, che viaggi verso la Cina. Alla faccia dei prodotti cinesi e dei loro prezzi, i mongoli la spesa la fanno ancora in Russia.
Non è altissimo, il numero di quelli che viaggiano senza necessità, per vedere, provare, cambiare, conoscere, scoprire, dimostrare, ma il numero dei treni fra la Mongolia e la Cina è ancora inferiore. Per questo il binario 1 della stazione di Ulan Bator alle 8 di mattina del sabato è l’unico vero ritrovo per chi la Mongolia la tiene come tappa intermedia.

La mattina, troppo presto, troppo freddo, c’è la coppia svedese, la stessa che da Mosca attraverso Irkutsk e il Baikal sta cercando di comunicare indirettamente ai miei amici quanto poco originale sia la nostra idea transiberiana. C’è un gruppo di ragazzi vestiti da skater, chiaramente tedeschi, gli unici in grado di viaggiare organizzati in gruppi di più di quattro persone. C’è una famiglia. Con bambino biondo di due o tre anni. Devono essere olandesi o scandinavi, per l’idea di portare il bambino, più che per la biondezza. Portare un bambino di tre anni sulla Transiberiana significa mutilarlo perennemente del senso della meraviglia. Quando avrà 18 anni, il ragazzo non si stupirà neanche se metterà piede sulla luna. Come quella gente che ti parla del suo viaggio in Viet Nam o in Sudafrica come se fosse la cosa più normale al mondo.
L’unica mongola nell’intero vagone, la troviamo nel nostro scompartimento. Oghi veste all’occidentale, in modo sobrio, ma elegante, un’eleganza che sicuramente non la potrebbe far passare per americana, ma non è mai stata più lontana di Pechino. Studia giornalismo ad Ulan Bator, come Ciuca. Come piace il giornalismo in questo paese dove non succede niente!
Dopo 10 minuti ci racconta della sua amica che abita in Svezia, di lavoro fa la ladra e si trova in prigione, rischiando di essere rispedita nella sua ger natale se non trova qualcuno da sposare entro pochi mesi. Il tutto con lo stesso candore col quale un’ora dopo ci mostra filmati pornografici sul suo cellulare, descrivendoci le sue scene preferite e parlandoci della sua predilezione per li filmati giapponesi e il kung fu porn. Il tutto con massima naturalezza, zero malizia e chiaramente nessuna intenzione di portare la cosa più avanti di così.

Nel frattempo la pace viene sconvolta da un colosso di carne ben compatta, seno e denti bianchi sorridenti. Linda viene dalla Svezia, attraverso diverse tappe intermedie, geografiche e psicologiche. Fragilità imballata dentro la protezione di un corpo da valchiria. Dice di avere davanti a sé una vita da scrivere ricopiando quella trascorsa e correggendone i refusi. Viaggia sola e ha l’energia e l’irruenza di chi non ha parlato con nessuno da giorni. Dice di voler sondare la situazione geografica nel vagone. Il nostro scompartimento è il primo e le chiediamo di tornare al termine del rilevamento, con i risultati.
E dopo venti minuti è di nuovo da noi, ci spiega che è proprio la Svezia a conquistare la maggioranza, davanti ai Paesi Bassi e ai quattro skater, che non sono tedeschi e da soli conquistano il terzo posto per la Svizzera. Da rilevare il signore americano, che in seguito qualcuno giurerà essere a turno tedesco o finlandese, nel vagone accanto al nostro, in grado di lamentarsi per qualsiasi cosa abbia visto nei suoi lunghi viaggi. Probabilmente anche lui era già stato messo su di un treno quando aveva tre anni. Mentre mi passa davanti col broncio mi chiedo cosa ci faccia, gente del genere, sul vagone per Pechino, invece che a Pattaya a godere di tredicenni illibate/i. Carenza di bhat?
In effetti, lo stesso signore verrà più tardi udito lamentarsi della scarsa disponibilità delle ragazze mongole rispetto a quelle thailandesi.

Nel vagone, l’atmosfera è da gita scolastica. Nulla di esotico. Niente contrabbandieri, niente famiglie locali, solo viaggiatori occidentali, per lo più giovani, chiusi un una scatola di biscotti come topi e lanciati in una pista da biglie nella sabbia del deserto del Gobi, visibile attraverso fori praticati sulle pareti dal ragazzino cattivo che li ha catturati. Ma le finestre potrebbero essere megaschermi televisivi, fissi su immagini di sabbia. I paesi sono accumuli di case che sembrano scatoloni mezzi rotti, abbandonati dopo un trasloco. La statua argentata del cosmonauta mongolo, in una posizione da manga, mentre brandisce un razzo di forma fallica che sembra una scultura di Takashi Murakami, è l’unico oggetto luminoso in questa pianura di sabbia. Nemmeno il vetro, nemmeno la lamiera, satinati da ruggine e sabbia.

Oghi è l’unica traccia di Mongolia, una traccia vestita all’occidentale, ma con un imprinting decisamente diverso da quello al quale siamo abituati. Viaggia con una borsa piena di piccoli souvenir, oggetti da regalare. Minimo prezzo, minimo ingombro, massimo significato. Tutti oggetti legati alla sua terra: stoffa con motivi di cavalli e cammelli, immagini di ger. Per noi ha banconote rossicce da 5 tugrik. Valore 5 lire, ma nuove, belle, con scene di natura e una riproduzione di qualche Khan. In tutte le guide sta scritto di portare piccoli oggetti, souvenir da regalare ai locali quando li si incontra. Questa storia non mi aveva mai convinto, ma mi ha rassicurato notare che è una cosa reciproca: i locali hanno regali anche per noi. Significa che non è una cosa imperialista e unilaterale, ma uno scambio di oggetti che possono essere trovati in un luogo solo. E allora ci adeguiamo, ci sottoponiamo a questi regali, senza nulla per ricambiare, perché occorre viaggiare leggeri, si sa. Quando abbiamo fame, Oghi apre la sua zuppa cinese, ne mangia solo un cucchiaio e lascia tutto il resto a noi.

Lo spazio meno occidentale sul treno è il vagone ristorante. Decorato interamente di volte in legno scolpito, con volute di serpenti e uno degli strumenti tradizionali che suonava il musicista tre notti prima. Ci si trova di tutto, soprattutto la vodka Chinggis, ché le ferrovie mongole sanno bene che i turisti devono finire i tugrik prima di entrare in Cina. È quasi la prima vodka che beviamo da quando siamo partiti, ma ci facciamo rispettare. È il tardo pomeriggio.

A questo punto la coscienza mi abbandona per tornare di colpo verso mezzanotte, appena cerco di darmi un contegno per parlare con l'unica altra persona ancora sveglia sul vagone. Siamo al confine, versante mongolo, fermi da tempo e Mia avrebbe diverse storie da raccontare, storie che per me suonano interessanti, ma per lei sono traumi. Nata in Australia, sua madre apparteneva ad una delle ultime famiglie ebree ortodosse dell’Iraq, ma aveva rinnegato origini e tradizione per scappare in Australia con un ragazzo olandese. Il ragazzo olandese l'aveva piantata pochi anni dopo la nascita di Mia, e ora Mia è qui con me a raccontarmi la sua storia. È passata mezzanotte e lei è una ragazza dolce, ha un inglese lento e vellutato da hippy, fa la hippy e dopo essere cresciuta a Londra, vuole tornare in Australia in treno per scoprire le sue radici e farsi delle idee su un futuro che per ora pare confuso ("vorrei vivere della mia arte"). Mia è bella, con il suo profilo arabo europeizzato, e mi ha preso in simpatia. Con lei fumo una delle 15 sigarette della mia vita, una sigaretta mongola, rauca e con un nome dissonante, qualcosa come “alba felice”. Mia quel pacchetto di sigarette l’ha ovviamente comprato per il nome. Dal corridoio lanciamo un’occhiata al panorama surreale all’esterno. Siamo in un deposito e una fitta folla di operai sta cambiando le ruote dei vagoni, una ad una, perché lo scartamento delle ferrovie cinesi è diverso da quello russo e mongolo. Non sarà una situazione romantica, ma di sicuro è piena di significato. Chissà se gli operai si sentono osservati, se pensano a questi occidentali svegli a quest’ora anche se non hanno di meglio da fare che ridersela allegramente mentre loro lavorano. La situazione si sta facendo ambigua. La mia forza di volontà è sottoposta ad attriti industriali, ma per fortuna anche Tomas peregrina per il vagone. Scopriamo di essere rimasti entrambi chiusi fuori dallo scompartimento. Dopo un’altra ora la porta si apre, non osiamo neanche cominciare a discutere la situazione: ci precipitiamo nel letto senza dire una parola.

La mattina arriva tardi, sa di montagne attraversate. Montagne polverose e friabili, color sabbia con ciuffi di un verde più sicuro. Nulla sa di politica, dittatura, repressione, comunismo. Mi torna addirittura in mente l’Italia: pareti intonacate e tetti di cotto con tegole rosse. Ci siamo lasciati dietro la Mongolia interiore cinese e troviamo acqua e ninfee, risaie, strade in costruzione. Comuni agricole, una città minuscola di appena un milioncino di abitanti. Le montagne sono tagliate, sfigurate, squadrate in uno sforzo verso la geometria che genera gradoni atti all’arrampicata ortofrutticola.

Siamo seduti nello scompartimento di Linda e delle hippy angloaustraliane mentre passa il bambino che avevamo già visto in stazione ad Ulan Bator e mi chiede in olandese se ho un biscotto per lui. Stavolta ti è andata di culo, bimbo, eccoti il tuo hapje, ma non credere che in tutto il mondo si parli la tua lingua frusciante.
Mentre parte il conto alla rovescia verso Pechino (solo 4 ore, manco 500 chilometri!) ricostruiamo le ore di oblio della sera prima, col prezioso supporto del telefono videocamera di Tomas, l’unica fonte disponibile di verità fisse e inconfutabili.

Birre Baltika da mezzo litro e spari di Chinggis Vodka ci hanno condotti all’oblio in dieci minuti. Nelle fotografie i gesti di Oghi e Linda si fanno sempre più ammiccanti. Tomas trova un video con le ragazze che si baciano e si toccano, mentre il cameraman le incita con voce decadente. Poi, mentre me lo raccontano, sbroglio dalla mente altri dettagli, un signore mongolo, spuntato da chissà dove, critica Oghi per l’immagine del loro paese che dà agli occidentali. La parte che segue non è molto chiara, ricordo me e altri a consolarla mentre piange, poi un taglio nesso sulla solita discussione calcistica con i ragazzi svizzeri. Giorni dopo, a Pechino, un fazzoletto sporco mi ricorderà tabacco da naso svizzero di ottima qualità e Tomas confesserà di aver sfilato il vestito copritutto rosso sbiadito di Linda, per poi fermarsi come sembra essere costante del viaggio pochi momenti prima dell’impatto. Poi continuerà a spiegarmi che non solo ero presente durante la scena, ma ero stato io stesso a farlo desistere. Di come sono finito abbracciato a Mia, a pochi passi da un bacio che forse lei credeva inevitabile, ricordo solo le ultime fasi.

Ma quel giorno il protagonista è Cass. Tutti attendiamo che si svegli e ci racconti la sua parte della storia, ma lui dorme ancora, abbracciato ad Oghi, dimostrando che le cuccette dei treni non sono troppo strette per due persone.

Cass è un uomo timido e modesto, la storia ce la racconterà come l’omul del Baikal, a piccoli tranci, nel corso dei sei giorni a Pechino, mollando i dettagli più scabrosi solo negli ultimi istanti.

Con la sua faccia innocente e il suo accento sincopato, mentre la geometria edilizia buca la cupola grigia dello smog di Pechino, Tomas ci rivela di non aver mai visto tanta promiscuità in vita sua.

domenica 13 dicembre 2009

Sei settembre

I tre viaggi in treno sono tre storie differenti. Quello fra Mosca e Irkutsk è normale, come un Milano-Lecce qualsiasi, otto volte più lungo, ma anche molto più confortevole. I veri estremi sono i due treni mongoli, quello da Irkutsk a Ulan Bator e quello dalla Mongolia a Pechino. Chi vuole entrarci, in Mongolia, dalla Russia? Centinaia di contrabbandieri ubriachi. Chi vuole uscire dallo scappamento della Mongolia? Solo turisti.

Il treno fra Irkutsk e Ulan Bator è quello più simile alle fantasie transibiriche. Saliamo sporchi di tre ore di sonno, ad un’ora che, rosolati dal fuso orario, è mattina presto, ma sarebbe stata notte cinque giorni prima e sera tornando indietro di altri due.

Con gli occhi del sonno, il treno non si vede, si percepisce. Ci aggradano le coperte rosse con ricami d’argento, ma il linoleum del pavimento e le pareti che sembrano di compensato grigio ricordano le aule dove una quindicina di anni fa i professori più che i genitori o noi stessi cercavano di sorprendere la nostra attenzione con un’educazione.

Siamo soli, cerchiamo per pochi minuti di individuare un senso nelle coperte quadrate per le cuccette rettangolari, troppo corte e troppo larghe, chiudiamo finestre e luci e senza darci appuntamento alla prossima giornata ci lasciamo dondolare in un sonno ipnotico.

Sette ore dopo siamo freschi come rose e c’è il tempo di consultarsi. A quanto pare qualcuno ha ripetutamente cercato di aprire la porta del nostro scompartimento. Tutti e tre lo abbiamo percepito, ma nell’ipnosi del sonno nessuno si è preoccupato. Ora le nostre menti sono tornate alla ragione e possiamo permetterci di preoccuparci. Ladri? Siamo chiusi in un vagone con dei malvagi ladri mongoli?

Esco per bagnarmi gli occhi con l’acqua fredda del bagno e li vedo. Uomini e donne che trasportano casse, scatoloni, sacchi e manichini nudi da una parte all’altra del treno. Fra di loro si aggira una statua di carne in una maglietta lurida, aperta fin sotto i peli del petto, forse per compensare quelli della barba, di peli, che non sembrano essere progrediti di molto rispetto all’adolescenza. Gli si legge negli occhi che non è astemio e gli si annusa nel fiato che se mai lo è stato per un periodo, non si tratta di sicuro delle ultime 24 ore.

È difficile capire la sua funzione sociale. Probabilmente è il capo di questa immensa rete di contrabbando, ma potrebbe essere anche solo la mascotte. Quello che conta è il rispetto che gli attribuiscono tutti nel vagone, a cominciare dalle custodi dal sorriso di ceramica, più giovani e antipatiche e decisamente meno interessate alla pulizia e all’efficienza rispetto alle provodnizze russe. Lui traballa nel vagone con uno sguardo ebete e tutti lo salutano e gli tributano regali non identificabili qualora non liquidi.

Torno nello scompartimento dove siamo ancora soli e faccio rapporto mentre affrontiamo la colazione al sacco preparata dalla signora che ci ha ospitati ad Irkutsk.
Fra cetrioli crudi e uova sode cerchiamo di posizionarci geograficamente. Siamo ancora in Russia, ma fuori dai finestrini gira un nuovo film. Gli alberi sono quasi finiti. Non che gli manchi l’acqua, ma la natura è pigra, così si accontenta di sfamare quest'erba verde pisello senza sforzarla a sviluppare corteccia o spingersi verso l’alto.

Sul corridoio conosciamo Scott, un ragazzo americano che dice di essere partito da Detroit su un’utilitaria della Suzuki, che è deceduta in Cazachistan, dopo aver attraversato indenne tutti gli altri Stan che appartenevano all’Unione Sovietica. Scott ha diverse storie da raccontare, ma sta vivendo proprio ora una delle più divertenti, con la statua ubriaca che dorme sul suo letto, apprezzando come cuscino la superficie levigata del suo computer.

Scott è uno pieno di risorse e si è rifugiato nello scompartimento di fianco, con una ragazza francese che viaggia per accompagnare l’anziana zia nel viaggio di una vita.
Con il sole della Buriazia di fianco ci sediamo a mangiare caramelle del Sud della Francia. La zia sembra divertita, ma non parla inglese. Per questo ha chiesto alla nipote di farle da interprete.
Fuori i centri abitati diventano sempre più rari e più radi. L’unico punto preciso sulla mappa è Ulan Ude, una stazione con un’insegna rubata ad un ristorante giapponese e un altoparlante con il segnale acustico di “We wish you a Merry Christmas” prima di ogni annuncio.

Passiamo il pomeriggio a parlare e intanto il confine si avvicina. Da solo, senza fare nulla. Il treno è avventura per menti pigre e noi al massimo raggiungiamo il samovar in testa al vagone e ci facciamo un tè. Bere fa male, scopriremo, anche bere tè.

I bagni vengono chiusi mezz’ora prima e mezz’ora dopo ogni fermata. Il treno non si ferma spesso, ma i bagni sono comunque sempre chiusi. Per una pisciata attraverso dodici vagoni, devo sbattere quarantotto porte e riesco nell’impresa solo perché la guardiana della prima classe viene mossa a pietà dai miei occhi che strabuzzano dalle guance gonfie in solidarietà alla vescica. Tutti i corridoi sono stipati di merce e imballaggi. I manichini sono gli articoli più interessanti. Un oggetto che sembra inutile, ma pensandoci bene, non sono solo le cose utili a dover essere importate in un paese vuoto come la Mongolia, ma anche quelle apparentemente inutili. Se serve un manichino serve una fabbrica che lo produca, e a Ulan Bator è più che comprensibile che non esista una fabbrica di manichini, nel senso che un gigante di tre milioni di abitanti non può essere totalmente autarchico. Considerando che i manichini non te li puoi costruire da solo, allora devi andare fino in Russia, o mandarci qualcuno, a comprarli per i vestiti nella vetrina di quel tuo negozio dall’aspetto così occidentale.

Mi chiedo quanti altri articoli inutili ma necessari si celino fra i cartoni e il nylon degli imballaggi ammucchiati nei corridoi e nei raccordi fra i vagoni. Manici di scopa, plafoniere in plastica sbiancata, ganci appendiabiti, comodini, grate, griglie e inferriate, custodie per occhiali, maniglie, corde per strumenti, tappi da lavandino, spugne di metallo. Altro.
I commercianti non sembrano felici di vedermi passare proprio nel momento in cui stanno muovendo la loro merce (come se ci fosse un singolo momento in cui non lo fanno). Io gli scivolo in mezzo cercando di portare al minimo il periodo di esposizione alle loro prediche incomprensibili. Chi è molto occupato non sopporta chi non ha nulla da fare e loro imprecano contro questo straniero che chiaramente gli si mette in mezzo solo per il gusto di farlo, tanto per avere qualcosa da fare. Il problema di dover raggiungere il mio vagone non gli passa per la testa. Per loro, non mi sarei mai dovuto muovere da quel vagone.

Intanto logica vuole che il confine sia per forza vicino. Sembra impossibile che non ci siamo ancora. Quanti prati possono esserci al mondo senza punti di riferimento, città, monumenti? Per la prima volta in vita mia ho la sensazione di allontanarmi da qualcosa senza avvicinarmi a qualcos'altro.

La frontiera, versante russo, arriva a Naushki con la voglia di birra, mentre ciò che vedo mi fa fischiare Morricone. Potrebbero essere le 5. E le 7, o anche le 8.30. Il sole tramonta. Chi lo sa a che ora tramonta il sole, da queste parti. A Naushki, la sala d’aspetto e la banca al termine del primo binario sono gli unici edifici in possesso di dignità. Una è vuota e l’altra chiusa.
Intorno però fioriscono chioschi di legno, bianchi e sporchi, dove ci viene offerto di tutto, ma noi ci accontentiamo di birra e cioccolata per finire i rubli. Le venditrici al binario sono esasperate da questi occidentali che guardano e non comprano niente, tenendo sempre quello sguardo pensoso che sembra che stiano per allungarti rubli da un momento all’altro.

La birra è buona, è l’ultima russa, ma è una pessima idea. Non c’è molta distanza fra il confine russo e quello mongolo. Ma è là che tutto cambia. Forse è la notte che ci sorprende all’improvviso, forse i mercanti che cominciano a spostare le loro merci con una disperazione frenetica che sa di ultima possibilità, ma la placida tranquillità da tè del pomeriggio si trasforma in furia da birra. Non troppa birra, ma quanto basta per costringerci ad andare in bagno. Intanto però i bagni sono stati chiusi per la mezz’ora dopo il confine russo, che verrà seguita immediatamente dall’altra mezza prima del confine mongolo e dalle tre ore intere della sosta, senza la possibilità di scendere. La polizia di frontiera ci tiene a farci capire chi comanda. Scott si affaccia ad un finestrino per lavarsi i denti. Vede un poliziotto. Il poliziotto vede lui. Lui prosegue con la pulizia, ma quando fa per sputare acqua e saliva, bianche di dentifricio, il poliziotto urla “NIET!”, giusto per fargli pesare cento anni di capitalismo.
Ma è solo l’inizio, perché le vesciche si gonfiano come otri di latte fermentato e la voglia di pisciare, stuzzicata dal movimento del treno, ci spinge a tentare atti di estremo coraggio. Tento di pisciare nel raccordo fra due vagoni. Non è una cosa che ci si aspetta da un raffinato turista occidentale. Meglio così, pensandoci bene. Ancora prima di rilasciare il getto liberatorio, che in queste circostanze richiede paradossalmente un impeto maggiore per partire, anche se poi non si ferma più, vedo qualcuno che si avvicina con casse di materiale imprecisato e desisto.

La disperazione sale, ormai il dolore fisico è opprimente. La mia mente cerca di restare lucida, conscia del fatto che deve esistere una via d’uscita, perché non posso essere l'unico sull’intero treno che non riesce a tenere una pisciata per quattro ore. Vedo una lattina vuota, ma l’apertura per bere è troppo stretta per il mio scopo. Cerco qualcosa in grado di tagliare l’alluminio, ma non abbiamo oggetti taglienti, nemmeno una forbice, un coltellino, un taglierino. Prendo una moneta, è liscia, come l’alluminio contro il quale la sfrego, ma il tempo non manca e una leggera pressione fa il resto in una decina di minuti, nei quali la prospettiva della liberazione non fa che amplificare il dolore. La lattina da mezzo litro si apre e quando è piena non sono che a metà vescica. Apro il finestrino, vedo il profilo di una guardia appesa a mezz’asta dalla porta. La guardia urla qualcosa, ma non posso fermarmi ora. Con calma indotta dalla coscienza di non aver nulla da perdere vuoto il contenuto a favor di vento e con la seconda seduta la riempio di nuovo. Un litro di piscio. Dopo che ho già abbassato il finestrino per vuotare anche questa, Tomas bussa per avvisarmi che sta arrivando un controllo. Ho solo il tempo di nascondere la lattina aperta sotto il sedile. Se dovesse rovesciarsi, lo zaino di Oleg ne pagherebbe le conseguenze. Speriamo che le rotaie siano lisce e regolari. Speriamo per dieci minuti. Oleg è rosso in viso. Ci allungano un foglio di carta a due facce, una con il testo russo e l’altra con quello mongolo, entrambi in cirillico. Le riempiamo a caso. Scott dice che la sua esperienza negli Stan insegna che non importa. Se hanno fretta va bene così, se vogliono divertirsi o arrotondare il salario, un problema lo trovano comunque. Ma prima di cercare le penne per uscire dalla Russia, prima di qualsiasi pensiero romantico o nostalgico su questa terra che lasciamo dopo più di una settimana, alzo al cielo la lattina aperta e la lancio dal finestrino. La prossima pisciata bussa già alle porte, ma domani è un altro giorno e fra un’ora è già Mongolia.

giovedì 3 dicembre 2009

Dieci e undici settembre

Stamattina, dopo l’idillio, è tutto un po’ più opaco. Il sole, il lago, l’atmosfera e la faccia di Agghi, con i suoi baffi adolescenti e i capelli quasi biondeggianti a spazzola unta. Ha una faccia molto cinematografica, Agghi, zigomo rialzato da cowboy, di quelli da pronunciare con la a lunga, aperta e molto accentata. Gli manca solo la sigaretta per essere Clint Eastwood, perché i turisti paganti gli hanno proibito di fumare nella sua macchina. Che poi, per fare una battuta che non piace neanche a me, ma la dico lo stesso perché fa ridere perché non fa ridere, east sì, ma wood mica tanto, qui in giro.
Invece Ciuca è sempre più tenera. Non si capisce se è davvero una bambina o lo sembra solo, con i dentoni e gli occhi a spiraglio, per l’occasione ancora più chiusi e ombreggiati del nero di chi non te la racconta giusta. Ciuca non riesco ad immaginarmela senza le braghe a righe incrociate e la giacca a vento marrone nocciola, che ha sempre avuto addosso nei tre giorni in cui l’ho conosciuta. Elegante, Ciuca, come tutti i mongoli di città. A venire dalla Russia, ci pare che abbiano preso gli abitanti di Milano o Parigi per trasferirli sulle strade di Beirut.
Ciuca non ce la racconta giusta no, ma Tomas sì, che nonostante la bufera, stanotte l’ha sentita in un duetto notturno, dove la sua voce alta faceva da contrappunto ideale ai muggiti viscerali del metallaro delle grandi praterie. Le folate del vento erano un’orchestra di violini in questo melodramma d’amor rustico.

Ciuca rimane in effetti fuori uso per tutta la giornata, il suo inglese diventa la lingua dei mangiatori di semolino secco. Agghi non ci sta e guida come un turbine su strade che inventa o disegna da solo. Ho già sperimentato che la prateria suscita sentimenti di eroismo sfigato in chi soffre le pene del cuore.
Noi siamo stanchi e abbiamo freddo. E fame, perché ormai tutte le nostre vivande hanno aspirato capra e anche i biscotti cantano le gesta di un animale che un tempo, a forza di incornate, era riuscito a diventare capobranco. Prima di essere ucciso, nell’uso mongolo, con un’incisione in una parte non vitale del basso collo e un braccio che entra nella laringe e strappa la gola. Oggi la Mongolia sembra la cima dello Stelvio, solo spianata.

È la giornata del ritorno. Ci fermiamo un paio di volte per rendere omaggio a vecchie mura. La spiegazione di Ciuca è incomprensibile, ma nessuno ci fa più caso.

Verso il tardo pomeriggio incontriamo l’asfalto. Entriamo ad Ulan Bator come Kristian Ghedina entrava sulla Trettrè. Gli autisti locali non seguono regole, se non quelle imposte nel proprio interesse dall’ostacolo fisico. Non si può dire che siano spericolati, perché non corrono più di tanto e, anche se non si fermano ai semafori, quando un pedone gli si piazza davanti, inchiodano e lo lasciano passare, senza colpo di clacson ferire. Agghi invece no. Trasporta tre turisti occidentali, ha un adesivo sul retro che dice “Tourism – Typicm” e non c’è modo di fermarlo. In più, come ormai noto, è imbranato. Trattengo il rimbrotto, ricordando la faccia da agnellino che ha fatto quando gli ho chiesto di non fumare nella ger, ma quando vedo l’anima di un anziano quasi andarsene per mano sua, trattenuta solo dalle punte delle setole della sua lunga barba bianca, caccio il grugnito dello yak. Stavolta però Agghi tira dritto, con la disperazione di chi per tre giorni ha avuto un’ottima potenziale moglie seduta di fianco, per lasciarsela sfuggire per mano di un metallaro con una barba che sembra un pube.

Una volta messo piede sulla terraferma, sfuggiamo all’ostello dove ci voleva portare Oleg, stilosetto e zeppo di cartelli a computer in lingua americana. Ci fermiamo in una casa accogliente, una casa con scritto "Hostel" all'esterno. Una camerata da sei tutta per noi, di fianco ad un'altra tutta per due ragazze inglesi. La padrona, un’anziana signora mongola, che come molti qui parla la lingua di Shakespeare e di Jay-Z, ci detta le regole della casa e ritira la nostra sbiancheria per andare a lavarcela. Il letto è il più comodo al mondo, la doccia è calda, il riscaldamento è il primo che sento da marzo. Le ragazze ci invitano ad una quiz night organizzata da loro, dove non arriveremo mai perché qui tutto chiude a mezzanotte e noi mangiamo fino alle 11.30. Carne di ogni sorta, tranne la capra, ottima Chinggis Beer, una delle cene più gustose di sempre, in un ristorante ispirato alla Via della Seta, con noi che di pulito abbiamo solo la tuta da ginnastica in mezzo a mongoli in giacca e cravatta.

La città l’abbiamo lasciata per l’ultimo giorno. Il giorno che abbiamo tenuto nel caso il fuoristrada ci avesse piantato nella prateria. Che cazzata, col senno di poi. Comunque in centro c’è questa piazza d’armi enorme, che tanto in Mongolia di spazio ce n’è. C’è in mezzo la statua di Suchbatàr, l’eroe nazionale, perché ogni nazione ha il suo eroe nazionale, di solito sconosciuto altrove. C’è un municipio di pietra rosastra con davanti un’enorme statua di un uomo grasso intronato, che si dice sia lo stesso Suchbatàr qualche chilo dopo la rivoluzione, ma alla fine si scopre essere Gengis Khan, che comunque da ste parti si chima Temujin o Chinggis, come la birra e la vodka. Ci sono diversi palazzi color pastello, tanto per imitare i cugini russi e soprattutto c'è, in fondo a cotanta piazza d'armi neoclassica, un grattacielo a vela, simile a quello di Dubai, però mignon. Il tutto sembra un'imitazione cinese o americana della Città ideale, nel senso del dipinto, con la pinna dorsale di un
enorme squalo robot che naviga sotto il pelo del cemento.

È moderno e un po’ affastellato, il centro di Ulan Bator, come ti immagini possa essere. Negozi di souvenir e quantità inverosimili di centri informatici, internet cafè e mangerie che crescono senza piano regolatore, ma con un gusto nell'accostamento leggermente migliore rispetto ad Irkutsk. C'è l'ambasciata della Corea del Nord, un'inferriata da serraglio con sopra il filo spinato, come nei film, un monumento a quando prendersi sul serio ti fa diventare ridicolo e quella della Francia, una maison coloniale massiccia, con piante esotiche e lindo soleggiato candore che ti fa sospettare che sia stata concepita per Tahiti o la Nuova Caledonia. Minacciosa, ma con stile. Un po’ come il tirannosauro del museo di scienze naturali. La Mongolia è una coltivazione estensiva di fossili e il museo di quella che i locali americaneggiano con orgoglio in Iuu Bii è grande, ma completamente focalizzato sulle due sale sulla paleontologia. Un viavai di protoceratopi, uno dei quali stecchito mentre se la fa con un velociraptor, un anchilosauro che sembra il carrarmato di Leonardo, quello da Vinci, e sto tirannosauro che regge una buchetta di vetro piena di dollari e tugrik chiedendoti se non è che per caso c’hai spicci.

C’è tutta sta gente giovane che gira per le strade di Iuu Bii, con i sacchetti della spesa del supermercato locale, che sono identici a quelli che vendono a New York, con la scritta “I Cuore NY”, che se solo ci fosse scritto “I Cuore UB” ogni turista ne comprerebbe una risma. Invece così sono i locali a comprarne a risme, tutti sti giovani si vestono come noi. Come in Europa, neanche come in America. Colori sobri e tagli raffinati. Dopo la Russia e le sue giacche di pelo finto arancio fosforescente sembra di essere tornati in un cittadone europeo.

A pranzo si mangia una doppia razione di booz, che sono ravioli al vapore ripieni di una capra squisita. Cass però dissente, citando problemi intestinali. Durante il viaggio Cass ha divorato tre quarti di confezione delle mie pillole per la dissenteria, manco fossero Ricola. Poi saliamo sul bus per dare un’occhiata al palazzo degli ultimi Khan. I biglietti non esistono, ma c’è una bigliettaia sui sedici anni che si infila fra la calca per assisterci per tutto il tragitto, salvandoci dai 300 metri della fermata sbagliata.

Al palazzo dei Khan ci si arriva dritti come un fuso dalla piazza principale, ma quando ci si arriva è già periferia, all’ombra di un casermone giallo con terrazzi di legno, che ha l’aria di essere abitato da espatriati americani. Un palazzo scrostato, quello dei Khan, a differenza di quello degli americani, ma dall’aria vissuta, vera, molto più vera di quelli identici che vedremo a Pechino. Un palazzo di Buddha che escono dalle erbe infestanti, pieno di padiglioni scrostati e sbiaditi all’esterno, ma ancora perfetti, arancio, oro, blu, nelle sale coperte dalle intemperie. Nel padiglione principale, la roba dei Khan, mappe di Ulan Bator, animali impagliati, mobili di legno prezioso e una ger di pelli tigrate. Un gusto basato su strutture diverse dalle nostre, ma mirato come il nostro allo scopo di piacere.

La sera le inglesi ci invitano in un posto che non troveremo mai, peccato per il rock alternativo mongolo. Ma forse era roba da espatriati, meglio così, perché mentre lo cerchiamo finisce che ci trascinano in una discoteca di bassissimo livello, unici occidentali, che non gli pare vero di averci trascinati là, a farci fare la figura degli ospiti speciali, o dei magnaccia. Ci liberano un tavolo, dissipando gli astanti come un banco di pesci diviso a metà da Mosè che apre le acque, mentre il meglio del diciottennume locale ci si si contende. Oleg ha il fuoco di Odino negli occhi. Io vado in bagno, un ragazzino mi provoca timidamente per fare a pugni con lo straniero. Gli sorrido e lui non se l’aspetta.
Oggi ho fatto fare buona figura all’Occidente. Anche Oleg lo ha fatto, perché all’ostello ci torniamo noi tre da soli.

domenica 22 novembre 2009

Nove settembre

La tentazione è troppo forte. Il baracchino bianco è là di fronte e alla fine la doccia ce la facciamo. Fuori è già caldo e i capelli si asciugano al sole. Quasi tutti gli altri gruppi sono partiti, fuoristrada sovietici e pullmini giapponesi sono spariti presto. Qualcuno potrebbe essersi esposto ad una sveglia al freddo, pur di non perdere un’ora. Gente che ha tenuto la sveglia sull’ora di quando lavora, che si sa, perdere il ritmo è uno dei peccati della nostra epoca.

Comunque partiamo anche noi, neanche troppo tardi, che prendersela comoda va bene, ma non serve arrivare al punto in cui vorrebbe arrivare Cass.
Un’altra giornata in sella, stavolta al fuoristrada. Ci dirigiamo verso ovest, di più non so dire. Punti di riferimento non ce ne sono. Le città sono semoventi come le tende a tortiera, un quadrato in muratura con scritto locanda può essere un ritrovo isolato e diventare un paese in un pomeriggio. Ci si sposta, ma nell’enormità non notiamo nessun movimento. Nessun carro, nessun camion carico di tende, nessuna carovana. Si muovono da soli, come animali selvatici senza il problema di marcare il territorio.

Anche la nostra è una giornata solitaria. Le uniche tracce di civiltà sono antiche, già partite da secoli verso la Cina, l’Europa, l’America. Mura misteriose che si alzano dalla prateria. Ci fermiamo, solo mura, nessun'altro indizio. L’archeologo tedesco, un ragazzo della nostra età, occhiali con la montatura spessa, capelli lunghi e ricci raccolti in una coda, barbetta d’ordinanza, finge di non vederci. Forse ce l’ha con i turisti. Ma forse no, ce ne accorgiamo quando ci prende lo stesso impulso. Il silenzio è contagioso e nel fuoristrada si sentono solo i rumori della pista. Non automobili in direzione contraria, ma il rattolìo degli assali nelle buche, gomma che arranca su pietra e terriccio secco, il tuffo nei rivi stretti, l’uscita slittando sulla terra bagnata per scivolare poi su quella secca. Fanno silenzio gli animali, le aquile, i cavalli, le capre, i cammelli e gli yak. Forse ci ricordiamo di essere animali anche noi. Non una parola, mentre la bestia che ci custodisce nel suo utero socialista arranca nei prati. Solo una volta ci superano due uomini al galoppo, tabarri grigi con un panno giallo alla vita.

È una giornata verde scuro e blu. Immobile come l’aria. C’è un piccolo monastero che sembra un convento. Moderno, bianco del recinto che lo circonda. Dall‘esterno dei muri bassi non si vede nessuno. Fuori una ger isolata e un gazebo dipinto dei colori del lamaismo, arancione e azzurro, rosso e verde. Colori vivi intonati col cielo. Attorno il vuoto. Mangiamo sotto il gazebo, evitando l’ombra, perché fuori dalla mano calda del sole, alzata su di noi in segno di benedizione, fa quasi fresco.
E dalla ger esce un bambino di tre anni, a cavallo di una macchina di plastica rossa, blu e gialla. L’unica persona fra la tenda e il conventucolo. È felice di trovare compagnia, cinque persone scodellate dal ventre della terra in una scatola di ferro verde scuro, temprato dagli sforzi di proletari russi, calmucchi, uzbechi o tuvani. Abbandoniamo l’arte zen della digestione di salame, cetrioli, biscotti e buche mattutine per calciare Garbömbög verso l’infinito. Il bambino è dotato di una buona potenza nel tiro, ma soffre nelle fasi più tecniche del gioco. Ma ride e negli occhi leggi che la solitudine per lui è una circostanza imprescindibile, lo stato naturale dell’essere, ma senza essere una sensazione da perseguire volontariamente. Gioca, dà fondo alla sua necessità di socialità, ma quando partiamo non si scompone. Sa che partire è necessario e non si è mai aspettato che non lo facessimo.

Il fuoristrada si arrampica su colline pelate e dietro ad una di loro si apre un mare, anzi un lago, perché nell’infinito le distanze ingannano. Un lago tempestoso di acque neroblù. Il sole è quasi coperto ora, il vento ci colpisce a folate. Il fuoristrada si ferma appena raggiunta la riva. L'idea è quella di montare le tende, tende tradizionali, triangolari, per l’ultima notte. Ma non ho voglia di accamparmi, propongo una camminata. L’idea è accolta senza entusiasmo. Indico un punto dietro una collina, lungo la riva, dico che là sembra riparato dal vento. Parto senza attendere una risposta e l’unico a seguirmi è Tomas, che nella sua vocazione di intermediario ha preferito evitare di esporre il suo parere, ma è a favore della camminata. Per la prima volta parliamo di Cass e della sua pigrizia. È solo qui che Tomas mi confessa che la cosa dispiace anche a lui.

È una camminata che ci rende liberi, a piedi, l’unico modo per rendersi conto delle dimensioni della terra, misurare cubito per cubito usando le scarpe da ginnastica come calibro.
Il terreno è forato da roditori invisibili, ogni foro collegato da una minuscola pista in linea retta. Una rete viaria più capillare di quella umana, in questo paese.
Dietro la collina c’è una mandria di cavalli al pascolo. Vederci li spaventa e li spinge verso l’acqua. Le nostre fotografie dei cavalli nell’acqua potrebbero essere poster nella camerettaa di qualsiasi adolescente europea.
Sulla riva spicca una bottiglia verde di Sprite, di un verde intenso perché il liquido che fa da base al verde non è gazosa trasparente, ma un altro liquido bianco, che ormai conosciamo. Scatto altre fotografie di Tomas con la bottiglia, nel caso qualcuno volesse fare una campagna pubblicitaria in favore del latte di cavalla fermentato.
Troviamo uno spiazzo che sembra prottetto dal vento, un rientro del lago con uno svallamento dolce, con ciuffi d’erba gialli e rari cespugli. Decidiamo che potrebbe essere il punto adatto per piazzare le tende. Torniamo indietro e troviamo tutto come alla nostra partenza. Addirittura lo sportello sul lato destro, riparato dal vento, è ancora aperto, come lo avevo lasciato io. Tutti e tre i passeggeri dormono e provo un senso di tristezza. Amarezza per Olof, che non proverà mai quel senso di libertà che gli sarebbe costato così poco. Dopo tutti questi chilometri, questo tempo e questi soldi spesi, fermarsi cinque metri dal traguardo per riprendere il fiato sembra un peccato.
Chissà se conosce la storia di Dorando Petri.

L’equipaggio della jeep accetta la nostra proposta e ci portiamo nello svallamento per fare campo per la notte. La nostra valutazione però era errata. Probabilmente la camminata ci aveva riscaldati, facendoci sentire un calore inesistente. Ora invece pare che il vento tiri forte come nel punto da cui siamo partiti. Pazienza. Montiamo le tende, con la scatoletta verde parcheggiata fra noi e il vento, come un ombrello da borsetta in una tormenta.
Con il passare del tempo il vento raschia via il calore dall’aria. Ripeto il nostro rituale animista, entro nel lago a piedi nudi e pratico la sacra minzione, ma appena vedo una limaccia supersonica sfrecciare fra i miei piedi salto a piedi pari sui sassi scomodi della riva, prima che la sanguisuga mi si attacchi.

E poi sono tutti stanchi. Vorrei fare un’altra camminata, ma il massimo che cavo è una partitella di calcio. Chissà perché non mi viene in mente di andare da solo, forse sono pigro anch’io. Ormai fa freddo e dobbiamo tenere la giacca a vento abbottonata bene perché il vento gelato non ci sorprenda nel basso ventre. Anche Agghi si unisce alla partita su questo campo enorme e irregolare, a forma di curva parabolica. Garbömbög è un pallone da pallavolo regolamentare e non ha il peso di un SuperTele, ma il vento riesce comunque a portarcelo via, noi lo recuperiamo e il gioco diventa lanciare bordate controvento, con il pallone che ci viene restituito regolarmente. Da una baracca di legno in cima alla collina, uno dei pochi edifici concepiti per poggiare in un unoco posto per tutto il loro ciclo vitale, esce un ragazzo con una barbetta di stampo occidentale e una maglietta da metallaro moderato. Fa due tiri anche lui, ma è bravo quanto Agghi e dopo pochi minuti smette. Strano, perché il nostro stereotipo suggerirebbe che per sopravvivere nella prateria serve parecchio ingegno nelle operazioni pratiche. La verità è che Ulan Bator è una città come le altre e non serve puntare a sopravvivere. Si può vivere comodi, anche senza ingegno.

Con la sera arriva il freddo vero e un po’ ci sentiamo in trappola, senza edifici caldi dove rinchiuderci. Rimane solo il fuoristrada. Ceniamo sui sedili, gli stessi che più tardi Agghi chiamerà letto.
Il metallaro autoctono si unisce a noi e accendiamo un falò. All’inizio porta alcune stecche di legno, ma poi proseguiamo a cespugli secchi e sterco di diversa provenienza zoologica. Lo sterco brucia bene, è profumato. Meglio del legno. I mongoli cominciano a parlare la loro lingua, solo Ciuca sa l’inglese e tendono ad isolarsi da noi, affascinati dalle storie che racconta il Dersu Uzala from Hell. Quando insistiamo Ciuca traduce, la storia del primo carro armato nelle tre baracche che qualora integrate da un paio di tende fungono da villaggio. Un carro armato inviato da Stalin, pare che il volgo l’avesse scambiato per un animale da catturare con corde. Constatato che le corde non bastavano, i villici lo avevano cosparso di grasso per dargli fuoco. La forza del socialismo deve essere apparsa piuttosto convincente da queste parti.

Bruciato tutto lo sterco disponibile alla vista e al tatto entriamo nelle nostre tende. Io dormo con Cass, che nonostante la dose pomeritdiana appoggia la testa e parte. Io invece devo disfare la valigia e stuzzicare la mente con mille soluzioni per coprire me e i due sacchi a pelo che da soli non bastano. Alla fine Cass e io dormiamo bene e ci perdiamo i rumori di cui ci parlerà Tomas.

giovedì 12 novembre 2009

Otto settembre

Il segreto dell’estate mongola è non alzarsi troppo presto. Noi ci alziamo alle 8 e il termometro ha già passato i 20. Un’ora prima avrebbe fluttuato attorno allo zero.

Sto bene, ho dormito quanto basta, so di campeggio. Davanti a me la prateria, terra con ciuffi d’erba, a distanza regolare, come uno che si è fatto trapiantare i capelli. Lo stagno a distanza, più in là ciò che resta di montagne antiche, le estremità isolate, smangiate e rarefatte degli Altai, che escono dal terreno come le teiere del deserto del Nevada. Fuori dalla ger hanno parcheggiato una moto. Una composizione da poster per adolescenti, manca solo il coiote che urla di profilo e il sogno americano non è mai stato così vicino. Ce lo dice anche Ciuca, a colazione, che gli indiani d’America hanno origini mongole. Dice che la sua lingua è molto simile ad alcuni dialetti di chi ha scoperto l’America prima di Colombo. Ascoltando bene, la cosa non sembra certo impossibile.

Dopo colazione, accettiamo una gita a cavallo fra le dune. Uno spettacolo, le dune. Il deserto è solo un quadrato di un paio di chilometri, un box con la sabbia per un bambino di famiglia troppo ricca. Non riesco a immaginare come possa essersi generato, solo, isolato nella prateria. Dune e cespugli, tutta corteccia, poche foglie. Ci guida il membro più anziano della famiglia che ci ospita. Non il capofamiglia, traduce Ciuca, quello deve essere giovane. Il nonno non è più in grado di governare le capre. Meglio lasciarlo col suo gregge di turisti mansueti.

Ma il nonno ci sa fare con i turisti. Baffo rado da adolescente, elegante nella sua tunica scura, con un cappello fra il buttero e il gaucho, orgoglioso della sua spilla con la bandiera tedesca. Certi turisti girano con borse di spilline idiote da regalare alle tribù che incontrano sulla via. Anche la Lonely Planet consiglia di farlo. I nordeuropei hanno spesso un fare paternalistico con chi è nettamente inferiore a loro sul piano della civiltà (ma non si dice). Spesso vale anche per gli italiani.

La Mongolia è uno dei paesi più poveri al mondo, dicono. Forse anche perché qui in pochi hanno una casa, mentre gli altri vivono in una ger di feltro da montare e smontare in mezz’ora. Forse perché nessuno possiede terra. La terra è gratuita, ce n'è per tutti e nessuno viene espropriato. In un paese dove non ci si preoccupa di razionalizzare, rendere efficiente, ottimizzare, il termine “estensivo” non trova applicazione. Vale per l’agricoltura e l’allevamento, animale e umano.
A dire la verità non è più così: da tre anni è stata approvata una legge che istituisce la proprietà privata, ma non sono molti ad aver cambiato stile di vita, pare. Almeno a vedere le ger piantate ovunque, anche in città, in mezzo ai cantieri.

Il nonno invece è quanto di più vicino al concetto di imprenditore si possa trovare nella prateria. Dimostra anni di gestione del turismo in stile buon selvaggio. Sa fare fotografie con macchine digitali e telefonini, ci invita ad arrampicarci su una duna di corsa per fotografarci nell’atto. Rabbrividisco quando si mette a disegnare per noi, cavalli e ger con un bastone nella sabbia. E immagino il sorriso quasi commosso sulle labbra del turista euramericano mentre segue l’esibizione del buon selvaggio. Conosce alla perfezione i luoghi più fotogenici e in mezzo al suo deserto da diorama, si ferma e finge di guardare lontano con il monocolo che gli ha regalato qualche nostro predecessore. Ci fa capire in qualche modo che i turisti gli fanno sempre dei regali. Mentre Tomas e Oleg si chiedono cosa dargli, io mi sento imbrazzato, come un diavolo solo e nudo in mezzo al paradiso. Ma anche il diavolo si commuove in paradiso e il sole, le dune, l’altezza dal terreno sul dorso del cavallo e la gioia di non essere più single, mi fanno sentire libero almeno quanto il bovaro delle celebri sigarette.

L’anziano cavallaro ripete i nostri nomi, Tomas, io, poi “cass” indicando il cavallo. Oleg è come sempre a distanza di sicurezza, spaventato dal suo animale pericoloso.Più tardi scopriamo che Cass non è il cavallo, ma la sua interpretazione di Olof. Tomas, Marco, Olof: Tama, Maca, Cass.

Smontiamo dai cavalli fisici e saliamo su quelli ad idrocarburi della nostra jeep sovietica. Incontriamo decine di aquile dalla testa bianca, spesso posate ai bordi della strada, sugli övöö, cumuli di sassi coperti di leggeri panni azzurri. Dicono che per ingraziarsi il genius loci alcuni autisti si fermino ogni volta per costringere l’equipaggio a girargli attorno tre volte. Per fortuna Agghi non è così pio e si accontenta di un colpo di clacson.

A metà strada ci fermiamo per il solito pranzo con gli stessi ingredienti della colazione e della cena. Con la sola differenza che a mezzogiorno subentra il salame e a cena fa il suo ingresso la capra. Cetrioli, pomodori, surrogato di Nutella e biscotti ci fanno intravvedere la mano del signore olandese dietro l’organizzazione. Agghi è carnetariano e si rifiuta di mangiare qualsiasi cosa non abbia respirato o ruminato prima della macellazione, o che non provenga da una creatura che lo abbia fatto. In Mongolia, di orti, se ne vedono pochissimi. Dimostrarsi un vero uomo ha un alto valore sociale.

Mentre mangiamo scherziamo ancora una volta sull’airag, la bevanda nazionale mongola, fatta di latte di cavalla fermentato, “Fermented mare milk”, riportano tutte le guide, usando sempre gli stessi tre termini. Già da qualche giorno l’airag è diventato oggetto di battute ricorrenti e Ciuca ci anticipa che presto potrebbe venire il momento di provarlo davvero. Un po’ ci spaventiamo, perché nessuno aveva ancora parlato di assaggiarlo, ma l’effetto dell’ilarità è molto più forte.

Nel primo pomeriggio, immersi nella canicola, scorgiamo a distanza una concentrazione di ger e un enorme recinto in muratura bianca, colore pulito, innaturale fra gli ocra e i verdi della prateria. È il monastero di Karakorum, antica capitale della Mongolia, già visitata da Marco Polo. Ora, fuori dal tempio, rimangono solo le tende.

È divertente visitare un monastero tenuto a modo mongolo, all’interno delle mura campi di erba alta, non mi stupirei di trovarci animali al pascolo. Ma gli interni degli edifici religiosi sono stupefacenti, arancio, rosso, blu, giallo tuorlo. Mi divertono le donne anziane in pellegrinaggio, che si comportano esattamente come i nostri anziani nei monasteri cattolici più in voga.

In Europa si parla del buddismo come di una religione pura, incontaminata, fatta di meditazione, sentimenti importanti e dedizione, così non posso che sentirmi sollevato a vedere i monaci in preghiera, quelli più giovani con espressioni visibilmente annoiate. È sempre una soddisfazione, riportare a terra gli uccelli che sembrano volare troppo in alto, corvi che da terra sembravano falchi.

Nel buddismo, come nel cristianesimo, quello che affascina, che converte anime, sono i simboli. Le parole che appagano di più perché non vengono dette, ma lasciate intendere. Il simbolo della bandiera mongola, ricalcato dai muri del monastero di Karakorum: il fuoco, il tao, la luna, il sole, le colonne della vita o della ragione. Pensandoci bene, tutta bellezza, forza, eleganza, meditazione in potenza, nessun significato stabile e univoco e che ognuno ci legga quello che vuole, come nella Bibbia.

Il simbolo fa da stipite anche al portone del monastero. Di fronte tre tende azzurre, tende quasi tuareg, non ger, una con un’aquila addestrata a farsi fotografare, un’altra non so cosa venda, la merce esposta male non attira la mia attenzione europea. L’ultima non sembra vendere niente, non espone messaggi o cartelli, ma Ciuca va a colpo sicuro. Là sotto, al riparo dal vento più che dal sole, proveremo l’airag.

La mia famiglia, come da tradizione locale anaune, ogni anno a giugno raccoglie ceste di fiori di sambuco per farne uno sciroppo molto dolce, tagliato con poco acido citrico, da diluire con l’acqua. Agli ospiti non piace mai, ma noi siamo abituati al suo sapore. Capita che qualche bottiglia chiusa male fermenti. Quello è il sapore dell’airag, un sapore fermentato, non nuovo, né particolarmente strano. Neanche buono, ma è tutta questione di abitudine. Come per il sambuco e più avanti per la birra, anche per l’airag. Un altro paio di tazze e ci potrebbe anche piacere.

Ciuca ci porta al mercato nero, che qui è il nome che si dà a qualsiasi mercato gestito da zingari. Per 3000 tugrik, 3000 lire, ci aggiudichiamo un pallone da pallavolo bianco, giallo, blu, con scritto ГАРБӨМБӨГ, che in mongolo significa pallavolo. Lanciamo Garbömbög nei prati di Karakorum, come sempre all’apparenza infiniti, ma contornati da montagne lontane che sembrano appartenere a un altro piano, come il cielo che fa da sfondo ai presepi. Fra il monastero e un campo di ger ad uso turistico (ridicolo, per 1500 lire ti puoi fare anche la doccia!) ci lanciamo nel più sacro degli atti liturgici, la partita di pallone. Corriamo calpenstando erbe grigie secche che spirano in un profumo leggero, misto di canfora e menta. Ci concediamo bordate che non usciranno mai dal nostro campo, schiviamo cespugli che causano una reazione tattile identica a quella dell’ortica, gridiamo per svegliare i turisti olandesi, svizzeri, francesi, spariti dalla vista, forse chiusi nella tenda spoglia (che tristezza, un interruttore per corrente!) a meditare come bambini che imitano il papà per sentirsi adulti. Li vedo alzarsi alle 5 nelle loro sicure case europee, per meditare, senza mai risolvere i loro problemi di stress, perché non hanno capito che un'ora in più di sonno vale molto più di una di yoga.

La sera, dopo una cena con una capra che diventa sempre più arcigna da ingoiare, entra un uomo sulla cinquantina, pelle gialla squamata dall’età e dal vento, vestito con un costume tradizionale blu e rosso. Vede la bottiglia di airag che Ciuca si è comprata. Lei non c’è e lui ne chiede un sorso ad Agghi. Lui, sdraiato sul letto di tappeti a leggere un libro dall’aspetto più vecchio che antico, con cavalli in copertina, gli fa un segno di assenso. Lui si attacca e se la scola, lasciandone un decilitro perché vuotarla è maleducato.

Poi ci parla, in un inglese di circostanza. È un musicista e ci invita ad ascoltare la sua musica altrettanto tradizionale nella tenda di una coppia svizzera con una macchina fotografica che sembra un obice. Partecipiamo tutti, da tutto il campo. Tutti i maschi, una decina, hanno la barba, tranne il giapponese. Certe cose le devi fare per essere credibile. Cass, col suo pizzetto curato, è l’unico a non esserlo, in questo caso forse il più onesto di tutti.