domenica 13 dicembre 2009

Sei settembre

I tre viaggi in treno sono tre storie differenti. Quello fra Mosca e Irkutsk è normale, come un Milano-Lecce qualsiasi, otto volte più lungo, ma anche molto più confortevole. I veri estremi sono i due treni mongoli, quello da Irkutsk a Ulan Bator e quello dalla Mongolia a Pechino. Chi vuole entrarci, in Mongolia, dalla Russia? Centinaia di contrabbandieri ubriachi. Chi vuole uscire dallo scappamento della Mongolia? Solo turisti.

Il treno fra Irkutsk e Ulan Bator è quello più simile alle fantasie transibiriche. Saliamo sporchi di tre ore di sonno, ad un’ora che, rosolati dal fuso orario, è mattina presto, ma sarebbe stata notte cinque giorni prima e sera tornando indietro di altri due.

Con gli occhi del sonno, il treno non si vede, si percepisce. Ci aggradano le coperte rosse con ricami d’argento, ma il linoleum del pavimento e le pareti che sembrano di compensato grigio ricordano le aule dove una quindicina di anni fa i professori più che i genitori o noi stessi cercavano di sorprendere la nostra attenzione con un’educazione.

Siamo soli, cerchiamo per pochi minuti di individuare un senso nelle coperte quadrate per le cuccette rettangolari, troppo corte e troppo larghe, chiudiamo finestre e luci e senza darci appuntamento alla prossima giornata ci lasciamo dondolare in un sonno ipnotico.

Sette ore dopo siamo freschi come rose e c’è il tempo di consultarsi. A quanto pare qualcuno ha ripetutamente cercato di aprire la porta del nostro scompartimento. Tutti e tre lo abbiamo percepito, ma nell’ipnosi del sonno nessuno si è preoccupato. Ora le nostre menti sono tornate alla ragione e possiamo permetterci di preoccuparci. Ladri? Siamo chiusi in un vagone con dei malvagi ladri mongoli?

Esco per bagnarmi gli occhi con l’acqua fredda del bagno e li vedo. Uomini e donne che trasportano casse, scatoloni, sacchi e manichini nudi da una parte all’altra del treno. Fra di loro si aggira una statua di carne in una maglietta lurida, aperta fin sotto i peli del petto, forse per compensare quelli della barba, di peli, che non sembrano essere progrediti di molto rispetto all’adolescenza. Gli si legge negli occhi che non è astemio e gli si annusa nel fiato che se mai lo è stato per un periodo, non si tratta di sicuro delle ultime 24 ore.

È difficile capire la sua funzione sociale. Probabilmente è il capo di questa immensa rete di contrabbando, ma potrebbe essere anche solo la mascotte. Quello che conta è il rispetto che gli attribuiscono tutti nel vagone, a cominciare dalle custodi dal sorriso di ceramica, più giovani e antipatiche e decisamente meno interessate alla pulizia e all’efficienza rispetto alle provodnizze russe. Lui traballa nel vagone con uno sguardo ebete e tutti lo salutano e gli tributano regali non identificabili qualora non liquidi.

Torno nello scompartimento dove siamo ancora soli e faccio rapporto mentre affrontiamo la colazione al sacco preparata dalla signora che ci ha ospitati ad Irkutsk.
Fra cetrioli crudi e uova sode cerchiamo di posizionarci geograficamente. Siamo ancora in Russia, ma fuori dai finestrini gira un nuovo film. Gli alberi sono quasi finiti. Non che gli manchi l’acqua, ma la natura è pigra, così si accontenta di sfamare quest'erba verde pisello senza sforzarla a sviluppare corteccia o spingersi verso l’alto.

Sul corridoio conosciamo Scott, un ragazzo americano che dice di essere partito da Detroit su un’utilitaria della Suzuki, che è deceduta in Cazachistan, dopo aver attraversato indenne tutti gli altri Stan che appartenevano all’Unione Sovietica. Scott ha diverse storie da raccontare, ma sta vivendo proprio ora una delle più divertenti, con la statua ubriaca che dorme sul suo letto, apprezzando come cuscino la superficie levigata del suo computer.

Scott è uno pieno di risorse e si è rifugiato nello scompartimento di fianco, con una ragazza francese che viaggia per accompagnare l’anziana zia nel viaggio di una vita.
Con il sole della Buriazia di fianco ci sediamo a mangiare caramelle del Sud della Francia. La zia sembra divertita, ma non parla inglese. Per questo ha chiesto alla nipote di farle da interprete.
Fuori i centri abitati diventano sempre più rari e più radi. L’unico punto preciso sulla mappa è Ulan Ude, una stazione con un’insegna rubata ad un ristorante giapponese e un altoparlante con il segnale acustico di “We wish you a Merry Christmas” prima di ogni annuncio.

Passiamo il pomeriggio a parlare e intanto il confine si avvicina. Da solo, senza fare nulla. Il treno è avventura per menti pigre e noi al massimo raggiungiamo il samovar in testa al vagone e ci facciamo un tè. Bere fa male, scopriremo, anche bere tè.

I bagni vengono chiusi mezz’ora prima e mezz’ora dopo ogni fermata. Il treno non si ferma spesso, ma i bagni sono comunque sempre chiusi. Per una pisciata attraverso dodici vagoni, devo sbattere quarantotto porte e riesco nell’impresa solo perché la guardiana della prima classe viene mossa a pietà dai miei occhi che strabuzzano dalle guance gonfie in solidarietà alla vescica. Tutti i corridoi sono stipati di merce e imballaggi. I manichini sono gli articoli più interessanti. Un oggetto che sembra inutile, ma pensandoci bene, non sono solo le cose utili a dover essere importate in un paese vuoto come la Mongolia, ma anche quelle apparentemente inutili. Se serve un manichino serve una fabbrica che lo produca, e a Ulan Bator è più che comprensibile che non esista una fabbrica di manichini, nel senso che un gigante di tre milioni di abitanti non può essere totalmente autarchico. Considerando che i manichini non te li puoi costruire da solo, allora devi andare fino in Russia, o mandarci qualcuno, a comprarli per i vestiti nella vetrina di quel tuo negozio dall’aspetto così occidentale.

Mi chiedo quanti altri articoli inutili ma necessari si celino fra i cartoni e il nylon degli imballaggi ammucchiati nei corridoi e nei raccordi fra i vagoni. Manici di scopa, plafoniere in plastica sbiancata, ganci appendiabiti, comodini, grate, griglie e inferriate, custodie per occhiali, maniglie, corde per strumenti, tappi da lavandino, spugne di metallo. Altro.
I commercianti non sembrano felici di vedermi passare proprio nel momento in cui stanno muovendo la loro merce (come se ci fosse un singolo momento in cui non lo fanno). Io gli scivolo in mezzo cercando di portare al minimo il periodo di esposizione alle loro prediche incomprensibili. Chi è molto occupato non sopporta chi non ha nulla da fare e loro imprecano contro questo straniero che chiaramente gli si mette in mezzo solo per il gusto di farlo, tanto per avere qualcosa da fare. Il problema di dover raggiungere il mio vagone non gli passa per la testa. Per loro, non mi sarei mai dovuto muovere da quel vagone.

Intanto logica vuole che il confine sia per forza vicino. Sembra impossibile che non ci siamo ancora. Quanti prati possono esserci al mondo senza punti di riferimento, città, monumenti? Per la prima volta in vita mia ho la sensazione di allontanarmi da qualcosa senza avvicinarmi a qualcos'altro.

La frontiera, versante russo, arriva a Naushki con la voglia di birra, mentre ciò che vedo mi fa fischiare Morricone. Potrebbero essere le 5. E le 7, o anche le 8.30. Il sole tramonta. Chi lo sa a che ora tramonta il sole, da queste parti. A Naushki, la sala d’aspetto e la banca al termine del primo binario sono gli unici edifici in possesso di dignità. Una è vuota e l’altra chiusa.
Intorno però fioriscono chioschi di legno, bianchi e sporchi, dove ci viene offerto di tutto, ma noi ci accontentiamo di birra e cioccolata per finire i rubli. Le venditrici al binario sono esasperate da questi occidentali che guardano e non comprano niente, tenendo sempre quello sguardo pensoso che sembra che stiano per allungarti rubli da un momento all’altro.

La birra è buona, è l’ultima russa, ma è una pessima idea. Non c’è molta distanza fra il confine russo e quello mongolo. Ma è là che tutto cambia. Forse è la notte che ci sorprende all’improvviso, forse i mercanti che cominciano a spostare le loro merci con una disperazione frenetica che sa di ultima possibilità, ma la placida tranquillità da tè del pomeriggio si trasforma in furia da birra. Non troppa birra, ma quanto basta per costringerci ad andare in bagno. Intanto però i bagni sono stati chiusi per la mezz’ora dopo il confine russo, che verrà seguita immediatamente dall’altra mezza prima del confine mongolo e dalle tre ore intere della sosta, senza la possibilità di scendere. La polizia di frontiera ci tiene a farci capire chi comanda. Scott si affaccia ad un finestrino per lavarsi i denti. Vede un poliziotto. Il poliziotto vede lui. Lui prosegue con la pulizia, ma quando fa per sputare acqua e saliva, bianche di dentifricio, il poliziotto urla “NIET!”, giusto per fargli pesare cento anni di capitalismo.
Ma è solo l’inizio, perché le vesciche si gonfiano come otri di latte fermentato e la voglia di pisciare, stuzzicata dal movimento del treno, ci spinge a tentare atti di estremo coraggio. Tento di pisciare nel raccordo fra due vagoni. Non è una cosa che ci si aspetta da un raffinato turista occidentale. Meglio così, pensandoci bene. Ancora prima di rilasciare il getto liberatorio, che in queste circostanze richiede paradossalmente un impeto maggiore per partire, anche se poi non si ferma più, vedo qualcuno che si avvicina con casse di materiale imprecisato e desisto.

La disperazione sale, ormai il dolore fisico è opprimente. La mia mente cerca di restare lucida, conscia del fatto che deve esistere una via d’uscita, perché non posso essere l'unico sull’intero treno che non riesce a tenere una pisciata per quattro ore. Vedo una lattina vuota, ma l’apertura per bere è troppo stretta per il mio scopo. Cerco qualcosa in grado di tagliare l’alluminio, ma non abbiamo oggetti taglienti, nemmeno una forbice, un coltellino, un taglierino. Prendo una moneta, è liscia, come l’alluminio contro il quale la sfrego, ma il tempo non manca e una leggera pressione fa il resto in una decina di minuti, nei quali la prospettiva della liberazione non fa che amplificare il dolore. La lattina da mezzo litro si apre e quando è piena non sono che a metà vescica. Apro il finestrino, vedo il profilo di una guardia appesa a mezz’asta dalla porta. La guardia urla qualcosa, ma non posso fermarmi ora. Con calma indotta dalla coscienza di non aver nulla da perdere vuoto il contenuto a favor di vento e con la seconda seduta la riempio di nuovo. Un litro di piscio. Dopo che ho già abbassato il finestrino per vuotare anche questa, Tomas bussa per avvisarmi che sta arrivando un controllo. Ho solo il tempo di nascondere la lattina aperta sotto il sedile. Se dovesse rovesciarsi, lo zaino di Oleg ne pagherebbe le conseguenze. Speriamo che le rotaie siano lisce e regolari. Speriamo per dieci minuti. Oleg è rosso in viso. Ci allungano un foglio di carta a due facce, una con il testo russo e l’altra con quello mongolo, entrambi in cirillico. Le riempiamo a caso. Scott dice che la sua esperienza negli Stan insegna che non importa. Se hanno fretta va bene così, se vogliono divertirsi o arrotondare il salario, un problema lo trovano comunque. Ma prima di cercare le penne per uscire dalla Russia, prima di qualsiasi pensiero romantico o nostalgico su questa terra che lasciamo dopo più di una settimana, alzo al cielo la lattina aperta e la lancio dal finestrino. La prossima pisciata bussa già alle porte, ma domani è un altro giorno e fra un’ora è già Mongolia.

giovedì 3 dicembre 2009

Dieci e undici settembre

Stamattina, dopo l’idillio, è tutto un po’ più opaco. Il sole, il lago, l’atmosfera e la faccia di Agghi, con i suoi baffi adolescenti e i capelli quasi biondeggianti a spazzola unta. Ha una faccia molto cinematografica, Agghi, zigomo rialzato da cowboy, di quelli da pronunciare con la a lunga, aperta e molto accentata. Gli manca solo la sigaretta per essere Clint Eastwood, perché i turisti paganti gli hanno proibito di fumare nella sua macchina. Che poi, per fare una battuta che non piace neanche a me, ma la dico lo stesso perché fa ridere perché non fa ridere, east sì, ma wood mica tanto, qui in giro.
Invece Ciuca è sempre più tenera. Non si capisce se è davvero una bambina o lo sembra solo, con i dentoni e gli occhi a spiraglio, per l’occasione ancora più chiusi e ombreggiati del nero di chi non te la racconta giusta. Ciuca non riesco ad immaginarmela senza le braghe a righe incrociate e la giacca a vento marrone nocciola, che ha sempre avuto addosso nei tre giorni in cui l’ho conosciuta. Elegante, Ciuca, come tutti i mongoli di città. A venire dalla Russia, ci pare che abbiano preso gli abitanti di Milano o Parigi per trasferirli sulle strade di Beirut.
Ciuca non ce la racconta giusta no, ma Tomas sì, che nonostante la bufera, stanotte l’ha sentita in un duetto notturno, dove la sua voce alta faceva da contrappunto ideale ai muggiti viscerali del metallaro delle grandi praterie. Le folate del vento erano un’orchestra di violini in questo melodramma d’amor rustico.

Ciuca rimane in effetti fuori uso per tutta la giornata, il suo inglese diventa la lingua dei mangiatori di semolino secco. Agghi non ci sta e guida come un turbine su strade che inventa o disegna da solo. Ho già sperimentato che la prateria suscita sentimenti di eroismo sfigato in chi soffre le pene del cuore.
Noi siamo stanchi e abbiamo freddo. E fame, perché ormai tutte le nostre vivande hanno aspirato capra e anche i biscotti cantano le gesta di un animale che un tempo, a forza di incornate, era riuscito a diventare capobranco. Prima di essere ucciso, nell’uso mongolo, con un’incisione in una parte non vitale del basso collo e un braccio che entra nella laringe e strappa la gola. Oggi la Mongolia sembra la cima dello Stelvio, solo spianata.

È la giornata del ritorno. Ci fermiamo un paio di volte per rendere omaggio a vecchie mura. La spiegazione di Ciuca è incomprensibile, ma nessuno ci fa più caso.

Verso il tardo pomeriggio incontriamo l’asfalto. Entriamo ad Ulan Bator come Kristian Ghedina entrava sulla Trettrè. Gli autisti locali non seguono regole, se non quelle imposte nel proprio interesse dall’ostacolo fisico. Non si può dire che siano spericolati, perché non corrono più di tanto e, anche se non si fermano ai semafori, quando un pedone gli si piazza davanti, inchiodano e lo lasciano passare, senza colpo di clacson ferire. Agghi invece no. Trasporta tre turisti occidentali, ha un adesivo sul retro che dice “Tourism – Typicm” e non c’è modo di fermarlo. In più, come ormai noto, è imbranato. Trattengo il rimbrotto, ricordando la faccia da agnellino che ha fatto quando gli ho chiesto di non fumare nella ger, ma quando vedo l’anima di un anziano quasi andarsene per mano sua, trattenuta solo dalle punte delle setole della sua lunga barba bianca, caccio il grugnito dello yak. Stavolta però Agghi tira dritto, con la disperazione di chi per tre giorni ha avuto un’ottima potenziale moglie seduta di fianco, per lasciarsela sfuggire per mano di un metallaro con una barba che sembra un pube.

Una volta messo piede sulla terraferma, sfuggiamo all’ostello dove ci voleva portare Oleg, stilosetto e zeppo di cartelli a computer in lingua americana. Ci fermiamo in una casa accogliente, una casa con scritto "Hostel" all'esterno. Una camerata da sei tutta per noi, di fianco ad un'altra tutta per due ragazze inglesi. La padrona, un’anziana signora mongola, che come molti qui parla la lingua di Shakespeare e di Jay-Z, ci detta le regole della casa e ritira la nostra sbiancheria per andare a lavarcela. Il letto è il più comodo al mondo, la doccia è calda, il riscaldamento è il primo che sento da marzo. Le ragazze ci invitano ad una quiz night organizzata da loro, dove non arriveremo mai perché qui tutto chiude a mezzanotte e noi mangiamo fino alle 11.30. Carne di ogni sorta, tranne la capra, ottima Chinggis Beer, una delle cene più gustose di sempre, in un ristorante ispirato alla Via della Seta, con noi che di pulito abbiamo solo la tuta da ginnastica in mezzo a mongoli in giacca e cravatta.

La città l’abbiamo lasciata per l’ultimo giorno. Il giorno che abbiamo tenuto nel caso il fuoristrada ci avesse piantato nella prateria. Che cazzata, col senno di poi. Comunque in centro c’è questa piazza d’armi enorme, che tanto in Mongolia di spazio ce n’è. C’è in mezzo la statua di Suchbatàr, l’eroe nazionale, perché ogni nazione ha il suo eroe nazionale, di solito sconosciuto altrove. C’è un municipio di pietra rosastra con davanti un’enorme statua di un uomo grasso intronato, che si dice sia lo stesso Suchbatàr qualche chilo dopo la rivoluzione, ma alla fine si scopre essere Gengis Khan, che comunque da ste parti si chima Temujin o Chinggis, come la birra e la vodka. Ci sono diversi palazzi color pastello, tanto per imitare i cugini russi e soprattutto c'è, in fondo a cotanta piazza d'armi neoclassica, un grattacielo a vela, simile a quello di Dubai, però mignon. Il tutto sembra un'imitazione cinese o americana della Città ideale, nel senso del dipinto, con la pinna dorsale di un
enorme squalo robot che naviga sotto il pelo del cemento.

È moderno e un po’ affastellato, il centro di Ulan Bator, come ti immagini possa essere. Negozi di souvenir e quantità inverosimili di centri informatici, internet cafè e mangerie che crescono senza piano regolatore, ma con un gusto nell'accostamento leggermente migliore rispetto ad Irkutsk. C'è l'ambasciata della Corea del Nord, un'inferriata da serraglio con sopra il filo spinato, come nei film, un monumento a quando prendersi sul serio ti fa diventare ridicolo e quella della Francia, una maison coloniale massiccia, con piante esotiche e lindo soleggiato candore che ti fa sospettare che sia stata concepita per Tahiti o la Nuova Caledonia. Minacciosa, ma con stile. Un po’ come il tirannosauro del museo di scienze naturali. La Mongolia è una coltivazione estensiva di fossili e il museo di quella che i locali americaneggiano con orgoglio in Iuu Bii è grande, ma completamente focalizzato sulle due sale sulla paleontologia. Un viavai di protoceratopi, uno dei quali stecchito mentre se la fa con un velociraptor, un anchilosauro che sembra il carrarmato di Leonardo, quello da Vinci, e sto tirannosauro che regge una buchetta di vetro piena di dollari e tugrik chiedendoti se non è che per caso c’hai spicci.

C’è tutta sta gente giovane che gira per le strade di Iuu Bii, con i sacchetti della spesa del supermercato locale, che sono identici a quelli che vendono a New York, con la scritta “I Cuore NY”, che se solo ci fosse scritto “I Cuore UB” ogni turista ne comprerebbe una risma. Invece così sono i locali a comprarne a risme, tutti sti giovani si vestono come noi. Come in Europa, neanche come in America. Colori sobri e tagli raffinati. Dopo la Russia e le sue giacche di pelo finto arancio fosforescente sembra di essere tornati in un cittadone europeo.

A pranzo si mangia una doppia razione di booz, che sono ravioli al vapore ripieni di una capra squisita. Cass però dissente, citando problemi intestinali. Durante il viaggio Cass ha divorato tre quarti di confezione delle mie pillole per la dissenteria, manco fossero Ricola. Poi saliamo sul bus per dare un’occhiata al palazzo degli ultimi Khan. I biglietti non esistono, ma c’è una bigliettaia sui sedici anni che si infila fra la calca per assisterci per tutto il tragitto, salvandoci dai 300 metri della fermata sbagliata.

Al palazzo dei Khan ci si arriva dritti come un fuso dalla piazza principale, ma quando ci si arriva è già periferia, all’ombra di un casermone giallo con terrazzi di legno, che ha l’aria di essere abitato da espatriati americani. Un palazzo scrostato, quello dei Khan, a differenza di quello degli americani, ma dall’aria vissuta, vera, molto più vera di quelli identici che vedremo a Pechino. Un palazzo di Buddha che escono dalle erbe infestanti, pieno di padiglioni scrostati e sbiaditi all’esterno, ma ancora perfetti, arancio, oro, blu, nelle sale coperte dalle intemperie. Nel padiglione principale, la roba dei Khan, mappe di Ulan Bator, animali impagliati, mobili di legno prezioso e una ger di pelli tigrate. Un gusto basato su strutture diverse dalle nostre, ma mirato come il nostro allo scopo di piacere.

La sera le inglesi ci invitano in un posto che non troveremo mai, peccato per il rock alternativo mongolo. Ma forse era roba da espatriati, meglio così, perché mentre lo cerchiamo finisce che ci trascinano in una discoteca di bassissimo livello, unici occidentali, che non gli pare vero di averci trascinati là, a farci fare la figura degli ospiti speciali, o dei magnaccia. Ci liberano un tavolo, dissipando gli astanti come un banco di pesci diviso a metà da Mosè che apre le acque, mentre il meglio del diciottennume locale ci si si contende. Oleg ha il fuoco di Odino negli occhi. Io vado in bagno, un ragazzino mi provoca timidamente per fare a pugni con lo straniero. Gli sorrido e lui non se l’aspetta.
Oggi ho fatto fare buona figura all’Occidente. Anche Oleg lo ha fatto, perché all’ostello ci torniamo noi tre da soli.

domenica 22 novembre 2009

Nove settembre

La tentazione è troppo forte. Il baracchino bianco è là di fronte e alla fine la doccia ce la facciamo. Fuori è già caldo e i capelli si asciugano al sole. Quasi tutti gli altri gruppi sono partiti, fuoristrada sovietici e pullmini giapponesi sono spariti presto. Qualcuno potrebbe essersi esposto ad una sveglia al freddo, pur di non perdere un’ora. Gente che ha tenuto la sveglia sull’ora di quando lavora, che si sa, perdere il ritmo è uno dei peccati della nostra epoca.

Comunque partiamo anche noi, neanche troppo tardi, che prendersela comoda va bene, ma non serve arrivare al punto in cui vorrebbe arrivare Cass.
Un’altra giornata in sella, stavolta al fuoristrada. Ci dirigiamo verso ovest, di più non so dire. Punti di riferimento non ce ne sono. Le città sono semoventi come le tende a tortiera, un quadrato in muratura con scritto locanda può essere un ritrovo isolato e diventare un paese in un pomeriggio. Ci si sposta, ma nell’enormità non notiamo nessun movimento. Nessun carro, nessun camion carico di tende, nessuna carovana. Si muovono da soli, come animali selvatici senza il problema di marcare il territorio.

Anche la nostra è una giornata solitaria. Le uniche tracce di civiltà sono antiche, già partite da secoli verso la Cina, l’Europa, l’America. Mura misteriose che si alzano dalla prateria. Ci fermiamo, solo mura, nessun'altro indizio. L’archeologo tedesco, un ragazzo della nostra età, occhiali con la montatura spessa, capelli lunghi e ricci raccolti in una coda, barbetta d’ordinanza, finge di non vederci. Forse ce l’ha con i turisti. Ma forse no, ce ne accorgiamo quando ci prende lo stesso impulso. Il silenzio è contagioso e nel fuoristrada si sentono solo i rumori della pista. Non automobili in direzione contraria, ma il rattolìo degli assali nelle buche, gomma che arranca su pietra e terriccio secco, il tuffo nei rivi stretti, l’uscita slittando sulla terra bagnata per scivolare poi su quella secca. Fanno silenzio gli animali, le aquile, i cavalli, le capre, i cammelli e gli yak. Forse ci ricordiamo di essere animali anche noi. Non una parola, mentre la bestia che ci custodisce nel suo utero socialista arranca nei prati. Solo una volta ci superano due uomini al galoppo, tabarri grigi con un panno giallo alla vita.

È una giornata verde scuro e blu. Immobile come l’aria. C’è un piccolo monastero che sembra un convento. Moderno, bianco del recinto che lo circonda. Dall‘esterno dei muri bassi non si vede nessuno. Fuori una ger isolata e un gazebo dipinto dei colori del lamaismo, arancione e azzurro, rosso e verde. Colori vivi intonati col cielo. Attorno il vuoto. Mangiamo sotto il gazebo, evitando l’ombra, perché fuori dalla mano calda del sole, alzata su di noi in segno di benedizione, fa quasi fresco.
E dalla ger esce un bambino di tre anni, a cavallo di una macchina di plastica rossa, blu e gialla. L’unica persona fra la tenda e il conventucolo. È felice di trovare compagnia, cinque persone scodellate dal ventre della terra in una scatola di ferro verde scuro, temprato dagli sforzi di proletari russi, calmucchi, uzbechi o tuvani. Abbandoniamo l’arte zen della digestione di salame, cetrioli, biscotti e buche mattutine per calciare Garbömbög verso l’infinito. Il bambino è dotato di una buona potenza nel tiro, ma soffre nelle fasi più tecniche del gioco. Ma ride e negli occhi leggi che la solitudine per lui è una circostanza imprescindibile, lo stato naturale dell’essere, ma senza essere una sensazione da perseguire volontariamente. Gioca, dà fondo alla sua necessità di socialità, ma quando partiamo non si scompone. Sa che partire è necessario e non si è mai aspettato che non lo facessimo.

Il fuoristrada si arrampica su colline pelate e dietro ad una di loro si apre un mare, anzi un lago, perché nell’infinito le distanze ingannano. Un lago tempestoso di acque neroblù. Il sole è quasi coperto ora, il vento ci colpisce a folate. Il fuoristrada si ferma appena raggiunta la riva. L'idea è quella di montare le tende, tende tradizionali, triangolari, per l’ultima notte. Ma non ho voglia di accamparmi, propongo una camminata. L’idea è accolta senza entusiasmo. Indico un punto dietro una collina, lungo la riva, dico che là sembra riparato dal vento. Parto senza attendere una risposta e l’unico a seguirmi è Tomas, che nella sua vocazione di intermediario ha preferito evitare di esporre il suo parere, ma è a favore della camminata. Per la prima volta parliamo di Cass e della sua pigrizia. È solo qui che Tomas mi confessa che la cosa dispiace anche a lui.

È una camminata che ci rende liberi, a piedi, l’unico modo per rendersi conto delle dimensioni della terra, misurare cubito per cubito usando le scarpe da ginnastica come calibro.
Il terreno è forato da roditori invisibili, ogni foro collegato da una minuscola pista in linea retta. Una rete viaria più capillare di quella umana, in questo paese.
Dietro la collina c’è una mandria di cavalli al pascolo. Vederci li spaventa e li spinge verso l’acqua. Le nostre fotografie dei cavalli nell’acqua potrebbero essere poster nella camerettaa di qualsiasi adolescente europea.
Sulla riva spicca una bottiglia verde di Sprite, di un verde intenso perché il liquido che fa da base al verde non è gazosa trasparente, ma un altro liquido bianco, che ormai conosciamo. Scatto altre fotografie di Tomas con la bottiglia, nel caso qualcuno volesse fare una campagna pubblicitaria in favore del latte di cavalla fermentato.
Troviamo uno spiazzo che sembra prottetto dal vento, un rientro del lago con uno svallamento dolce, con ciuffi d’erba gialli e rari cespugli. Decidiamo che potrebbe essere il punto adatto per piazzare le tende. Torniamo indietro e troviamo tutto come alla nostra partenza. Addirittura lo sportello sul lato destro, riparato dal vento, è ancora aperto, come lo avevo lasciato io. Tutti e tre i passeggeri dormono e provo un senso di tristezza. Amarezza per Olof, che non proverà mai quel senso di libertà che gli sarebbe costato così poco. Dopo tutti questi chilometri, questo tempo e questi soldi spesi, fermarsi cinque metri dal traguardo per riprendere il fiato sembra un peccato.
Chissà se conosce la storia di Dorando Petri.

L’equipaggio della jeep accetta la nostra proposta e ci portiamo nello svallamento per fare campo per la notte. La nostra valutazione però era errata. Probabilmente la camminata ci aveva riscaldati, facendoci sentire un calore inesistente. Ora invece pare che il vento tiri forte come nel punto da cui siamo partiti. Pazienza. Montiamo le tende, con la scatoletta verde parcheggiata fra noi e il vento, come un ombrello da borsetta in una tormenta.
Con il passare del tempo il vento raschia via il calore dall’aria. Ripeto il nostro rituale animista, entro nel lago a piedi nudi e pratico la sacra minzione, ma appena vedo una limaccia supersonica sfrecciare fra i miei piedi salto a piedi pari sui sassi scomodi della riva, prima che la sanguisuga mi si attacchi.

E poi sono tutti stanchi. Vorrei fare un’altra camminata, ma il massimo che cavo è una partitella di calcio. Chissà perché non mi viene in mente di andare da solo, forse sono pigro anch’io. Ormai fa freddo e dobbiamo tenere la giacca a vento abbottonata bene perché il vento gelato non ci sorprenda nel basso ventre. Anche Agghi si unisce alla partita su questo campo enorme e irregolare, a forma di curva parabolica. Garbömbög è un pallone da pallavolo regolamentare e non ha il peso di un SuperTele, ma il vento riesce comunque a portarcelo via, noi lo recuperiamo e il gioco diventa lanciare bordate controvento, con il pallone che ci viene restituito regolarmente. Da una baracca di legno in cima alla collina, uno dei pochi edifici concepiti per poggiare in un unoco posto per tutto il loro ciclo vitale, esce un ragazzo con una barbetta di stampo occidentale e una maglietta da metallaro moderato. Fa due tiri anche lui, ma è bravo quanto Agghi e dopo pochi minuti smette. Strano, perché il nostro stereotipo suggerirebbe che per sopravvivere nella prateria serve parecchio ingegno nelle operazioni pratiche. La verità è che Ulan Bator è una città come le altre e non serve puntare a sopravvivere. Si può vivere comodi, anche senza ingegno.

Con la sera arriva il freddo vero e un po’ ci sentiamo in trappola, senza edifici caldi dove rinchiuderci. Rimane solo il fuoristrada. Ceniamo sui sedili, gli stessi che più tardi Agghi chiamerà letto.
Il metallaro autoctono si unisce a noi e accendiamo un falò. All’inizio porta alcune stecche di legno, ma poi proseguiamo a cespugli secchi e sterco di diversa provenienza zoologica. Lo sterco brucia bene, è profumato. Meglio del legno. I mongoli cominciano a parlare la loro lingua, solo Ciuca sa l’inglese e tendono ad isolarsi da noi, affascinati dalle storie che racconta il Dersu Uzala from Hell. Quando insistiamo Ciuca traduce, la storia del primo carro armato nelle tre baracche che qualora integrate da un paio di tende fungono da villaggio. Un carro armato inviato da Stalin, pare che il volgo l’avesse scambiato per un animale da catturare con corde. Constatato che le corde non bastavano, i villici lo avevano cosparso di grasso per dargli fuoco. La forza del socialismo deve essere apparsa piuttosto convincente da queste parti.

Bruciato tutto lo sterco disponibile alla vista e al tatto entriamo nelle nostre tende. Io dormo con Cass, che nonostante la dose pomeritdiana appoggia la testa e parte. Io invece devo disfare la valigia e stuzzicare la mente con mille soluzioni per coprire me e i due sacchi a pelo che da soli non bastano. Alla fine Cass e io dormiamo bene e ci perdiamo i rumori di cui ci parlerà Tomas.

giovedì 12 novembre 2009

Otto settembre

Il segreto dell’estate mongola è non alzarsi troppo presto. Noi ci alziamo alle 8 e il termometro ha già passato i 20. Un’ora prima avrebbe fluttuato attorno allo zero.

Sto bene, ho dormito quanto basta, so di campeggio. Davanti a me la prateria, terra con ciuffi d’erba, a distanza regolare, come uno che si è fatto trapiantare i capelli. Lo stagno a distanza, più in là ciò che resta di montagne antiche, le estremità isolate, smangiate e rarefatte degli Altai, che escono dal terreno come le teiere del deserto del Nevada. Fuori dalla ger hanno parcheggiato una moto. Una composizione da poster per adolescenti, manca solo il coiote che urla di profilo e il sogno americano non è mai stato così vicino. Ce lo dice anche Ciuca, a colazione, che gli indiani d’America hanno origini mongole. Dice che la sua lingua è molto simile ad alcuni dialetti di chi ha scoperto l’America prima di Colombo. Ascoltando bene, la cosa non sembra certo impossibile.

Dopo colazione, accettiamo una gita a cavallo fra le dune. Uno spettacolo, le dune. Il deserto è solo un quadrato di un paio di chilometri, un box con la sabbia per un bambino di famiglia troppo ricca. Non riesco a immaginare come possa essersi generato, solo, isolato nella prateria. Dune e cespugli, tutta corteccia, poche foglie. Ci guida il membro più anziano della famiglia che ci ospita. Non il capofamiglia, traduce Ciuca, quello deve essere giovane. Il nonno non è più in grado di governare le capre. Meglio lasciarlo col suo gregge di turisti mansueti.

Ma il nonno ci sa fare con i turisti. Baffo rado da adolescente, elegante nella sua tunica scura, con un cappello fra il buttero e il gaucho, orgoglioso della sua spilla con la bandiera tedesca. Certi turisti girano con borse di spilline idiote da regalare alle tribù che incontrano sulla via. Anche la Lonely Planet consiglia di farlo. I nordeuropei hanno spesso un fare paternalistico con chi è nettamente inferiore a loro sul piano della civiltà (ma non si dice). Spesso vale anche per gli italiani.

La Mongolia è uno dei paesi più poveri al mondo, dicono. Forse anche perché qui in pochi hanno una casa, mentre gli altri vivono in una ger di feltro da montare e smontare in mezz’ora. Forse perché nessuno possiede terra. La terra è gratuita, ce n'è per tutti e nessuno viene espropriato. In un paese dove non ci si preoccupa di razionalizzare, rendere efficiente, ottimizzare, il termine “estensivo” non trova applicazione. Vale per l’agricoltura e l’allevamento, animale e umano.
A dire la verità non è più così: da tre anni è stata approvata una legge che istituisce la proprietà privata, ma non sono molti ad aver cambiato stile di vita, pare. Almeno a vedere le ger piantate ovunque, anche in città, in mezzo ai cantieri.

Il nonno invece è quanto di più vicino al concetto di imprenditore si possa trovare nella prateria. Dimostra anni di gestione del turismo in stile buon selvaggio. Sa fare fotografie con macchine digitali e telefonini, ci invita ad arrampicarci su una duna di corsa per fotografarci nell’atto. Rabbrividisco quando si mette a disegnare per noi, cavalli e ger con un bastone nella sabbia. E immagino il sorriso quasi commosso sulle labbra del turista euramericano mentre segue l’esibizione del buon selvaggio. Conosce alla perfezione i luoghi più fotogenici e in mezzo al suo deserto da diorama, si ferma e finge di guardare lontano con il monocolo che gli ha regalato qualche nostro predecessore. Ci fa capire in qualche modo che i turisti gli fanno sempre dei regali. Mentre Tomas e Oleg si chiedono cosa dargli, io mi sento imbrazzato, come un diavolo solo e nudo in mezzo al paradiso. Ma anche il diavolo si commuove in paradiso e il sole, le dune, l’altezza dal terreno sul dorso del cavallo e la gioia di non essere più single, mi fanno sentire libero almeno quanto il bovaro delle celebri sigarette.

L’anziano cavallaro ripete i nostri nomi, Tomas, io, poi “cass” indicando il cavallo. Oleg è come sempre a distanza di sicurezza, spaventato dal suo animale pericoloso.Più tardi scopriamo che Cass non è il cavallo, ma la sua interpretazione di Olof. Tomas, Marco, Olof: Tama, Maca, Cass.

Smontiamo dai cavalli fisici e saliamo su quelli ad idrocarburi della nostra jeep sovietica. Incontriamo decine di aquile dalla testa bianca, spesso posate ai bordi della strada, sugli övöö, cumuli di sassi coperti di leggeri panni azzurri. Dicono che per ingraziarsi il genius loci alcuni autisti si fermino ogni volta per costringere l’equipaggio a girargli attorno tre volte. Per fortuna Agghi non è così pio e si accontenta di un colpo di clacson.

A metà strada ci fermiamo per il solito pranzo con gli stessi ingredienti della colazione e della cena. Con la sola differenza che a mezzogiorno subentra il salame e a cena fa il suo ingresso la capra. Cetrioli, pomodori, surrogato di Nutella e biscotti ci fanno intravvedere la mano del signore olandese dietro l’organizzazione. Agghi è carnetariano e si rifiuta di mangiare qualsiasi cosa non abbia respirato o ruminato prima della macellazione, o che non provenga da una creatura che lo abbia fatto. In Mongolia, di orti, se ne vedono pochissimi. Dimostrarsi un vero uomo ha un alto valore sociale.

Mentre mangiamo scherziamo ancora una volta sull’airag, la bevanda nazionale mongola, fatta di latte di cavalla fermentato, “Fermented mare milk”, riportano tutte le guide, usando sempre gli stessi tre termini. Già da qualche giorno l’airag è diventato oggetto di battute ricorrenti e Ciuca ci anticipa che presto potrebbe venire il momento di provarlo davvero. Un po’ ci spaventiamo, perché nessuno aveva ancora parlato di assaggiarlo, ma l’effetto dell’ilarità è molto più forte.

Nel primo pomeriggio, immersi nella canicola, scorgiamo a distanza una concentrazione di ger e un enorme recinto in muratura bianca, colore pulito, innaturale fra gli ocra e i verdi della prateria. È il monastero di Karakorum, antica capitale della Mongolia, già visitata da Marco Polo. Ora, fuori dal tempio, rimangono solo le tende.

È divertente visitare un monastero tenuto a modo mongolo, all’interno delle mura campi di erba alta, non mi stupirei di trovarci animali al pascolo. Ma gli interni degli edifici religiosi sono stupefacenti, arancio, rosso, blu, giallo tuorlo. Mi divertono le donne anziane in pellegrinaggio, che si comportano esattamente come i nostri anziani nei monasteri cattolici più in voga.

In Europa si parla del buddismo come di una religione pura, incontaminata, fatta di meditazione, sentimenti importanti e dedizione, così non posso che sentirmi sollevato a vedere i monaci in preghiera, quelli più giovani con espressioni visibilmente annoiate. È sempre una soddisfazione, riportare a terra gli uccelli che sembrano volare troppo in alto, corvi che da terra sembravano falchi.

Nel buddismo, come nel cristianesimo, quello che affascina, che converte anime, sono i simboli. Le parole che appagano di più perché non vengono dette, ma lasciate intendere. Il simbolo della bandiera mongola, ricalcato dai muri del monastero di Karakorum: il fuoco, il tao, la luna, il sole, le colonne della vita o della ragione. Pensandoci bene, tutta bellezza, forza, eleganza, meditazione in potenza, nessun significato stabile e univoco e che ognuno ci legga quello che vuole, come nella Bibbia.

Il simbolo fa da stipite anche al portone del monastero. Di fronte tre tende azzurre, tende quasi tuareg, non ger, una con un’aquila addestrata a farsi fotografare, un’altra non so cosa venda, la merce esposta male non attira la mia attenzione europea. L’ultima non sembra vendere niente, non espone messaggi o cartelli, ma Ciuca va a colpo sicuro. Là sotto, al riparo dal vento più che dal sole, proveremo l’airag.

La mia famiglia, come da tradizione locale anaune, ogni anno a giugno raccoglie ceste di fiori di sambuco per farne uno sciroppo molto dolce, tagliato con poco acido citrico, da diluire con l’acqua. Agli ospiti non piace mai, ma noi siamo abituati al suo sapore. Capita che qualche bottiglia chiusa male fermenti. Quello è il sapore dell’airag, un sapore fermentato, non nuovo, né particolarmente strano. Neanche buono, ma è tutta questione di abitudine. Come per il sambuco e più avanti per la birra, anche per l’airag. Un altro paio di tazze e ci potrebbe anche piacere.

Ciuca ci porta al mercato nero, che qui è il nome che si dà a qualsiasi mercato gestito da zingari. Per 3000 tugrik, 3000 lire, ci aggiudichiamo un pallone da pallavolo bianco, giallo, blu, con scritto ГАРБӨМБӨГ, che in mongolo significa pallavolo. Lanciamo Garbömbög nei prati di Karakorum, come sempre all’apparenza infiniti, ma contornati da montagne lontane che sembrano appartenere a un altro piano, come il cielo che fa da sfondo ai presepi. Fra il monastero e un campo di ger ad uso turistico (ridicolo, per 1500 lire ti puoi fare anche la doccia!) ci lanciamo nel più sacro degli atti liturgici, la partita di pallone. Corriamo calpenstando erbe grigie secche che spirano in un profumo leggero, misto di canfora e menta. Ci concediamo bordate che non usciranno mai dal nostro campo, schiviamo cespugli che causano una reazione tattile identica a quella dell’ortica, gridiamo per svegliare i turisti olandesi, svizzeri, francesi, spariti dalla vista, forse chiusi nella tenda spoglia (che tristezza, un interruttore per corrente!) a meditare come bambini che imitano il papà per sentirsi adulti. Li vedo alzarsi alle 5 nelle loro sicure case europee, per meditare, senza mai risolvere i loro problemi di stress, perché non hanno capito che un'ora in più di sonno vale molto più di una di yoga.

La sera, dopo una cena con una capra che diventa sempre più arcigna da ingoiare, entra un uomo sulla cinquantina, pelle gialla squamata dall’età e dal vento, vestito con un costume tradizionale blu e rosso. Vede la bottiglia di airag che Ciuca si è comprata. Lei non c’è e lui ne chiede un sorso ad Agghi. Lui, sdraiato sul letto di tappeti a leggere un libro dall’aspetto più vecchio che antico, con cavalli in copertina, gli fa un segno di assenso. Lui si attacca e se la scola, lasciandone un decilitro perché vuotarla è maleducato.

Poi ci parla, in un inglese di circostanza. È un musicista e ci invita ad ascoltare la sua musica altrettanto tradizionale nella tenda di una coppia svizzera con una macchina fotografica che sembra un obice. Partecipiamo tutti, da tutto il campo. Tutti i maschi, una decina, hanno la barba, tranne il giapponese. Certe cose le devi fare per essere credibile. Cass, col suo pizzetto curato, è l’unico a non esserlo, in questo caso forse il più onesto di tutti.

lunedì 2 novembre 2009

Sette settembre

Dopo l’intensità della prima giornata in Mongolia, dopo essere usciti dalla sua unica città per scoprire il vuoto, aver trovato alloggio in una tenda di feltro con le fotografie dei cavalli e del Dalai Lama, aver consumato parti della capra più gustosa della mia vita, verso le 9 di sera, la batteria d’automobile che tiene viva la luce nella nostra ger comincia a farci capire timidamente che lei ora non serve più. Si spegne a poco a poco, mentre Oleg è già collassato, per primo come da prassi, e Tomas e io continuiamo a riflettere sulle ragazze e quanto sia moderno essere piantati su Facebook.



Lui si trattiene, non pronuncia frasi troppo importanti, mi ha confessato che la ragazza olandese con la quale sta da due mesi gli ha rivelato di stare con lui per gioco. Anche se pare che dalla sua partenza i messaggi che gli manda siano sempre più nostalgici, è stato già bruciato in passato e non ci tiene ad essere ricordato come quello delle ultime parole famose.

Io sento già il sapore di una nottata insonne, sulla mia panca di legno con strati di tappeti, coperto da un sacco a pelo. Mi lavo i denti senza dentifricio, dopotutto mio padre, che fra canini e molari ci lavora, mi ha sempre detto che non fa molta differenza. Eseguo l’ultima pisciata al gelo, puntando verso la luna piena che illumina la sabbia di un colore giallo sabbia. Cerco di commuovermi per lo scenario che ho davanti, ma faccio fatica. Il freddo è dentro e fuori.

Solo il feltro della tenda riesce miracolosamente a creare per noi una bolla un po’ più tiepida. Appena la luce si spegne completamente mi rassegno all’insonnia.
Comincio subito a pensare. Dopotutto l’evento rimane ancora misterioso. Cosa può essere successo in questa settimana senza contatti? Perché questa modalità così triste? Non è da lei, deve essere stato qualcosa di destabilizzante, una calamita contro il quadrante della sua bussola, in grado di spostare gli equilibri.

Penso a Francoforte e al ragazzo della sua amica, un napoletano verboso e intellettualoide (e io stesso incarno la conferma che le piacciono quelli così) che già le aveva annunciato di preferire lei alla sua compagna attuale. Per la prima volta in vita mia sono geloso, anche se è più un caso di “se devi farlo, per favore almeno non con lui”.

Penso che se solo fosse possibile sentirla, almeno per capire cosa è successo…
Penso che teoricamente la cosa sarebbe possibile. Dopotutto il telefono di Tomas funziona, ma non posso svegliarlo e chiedergli di usare il suo prezioso credito.

“Tomas?” "Darf ich mal dein Telefon ausleihen?” Credo che se lo aspettasse, perché la sua voce non suona stupita né scocciata. Si alza, vedo solo il guscio lucido che passa nella mia mano, digito il numero olandese, identico al mio fino alla penultima cifra, blatero impacciato un’offerta di risarcimento in euro, corone, tugrik o yuan.

Non mi aspetto che K risponda. Ad Amsterdam sono le 4 del pomeriggio, lei è un’impiegata modello e solitamente si tiene alla larga dal telefono. Anche se non è spento e il rumore della vibrazione è sufficiente per essere percepito, non è comunque detto che abbia il permesso di rispondere.



K risponde. Con un “h’lo” multifuzione, valido per tedesco, inglese e olandese. Mi è sempre piaciuta la sua voce al telefono. Ha una melodia che sa di anni di coro popolare, con alti molto intonati. La sua voce da sola mi rincuora comunque subito, qualsiasi cosa mi voglia dire.

È sorpresa di sentirmi, reazione non inattesa. È piuttosto il suo tono, pacato, come se niente fosse cambiato fra di noi.

Non le chiedo come sta, le chiedo subito ragioni. È stupita. Dice di non sapere di avermi lasciato, dice di aver semplicemente nascoso alcuni dati sul suo profilo, tra cui quello relativo alle relazioni. Dice di non essersi accorta del messaggio che dichiara che “K is no longer listed as in a relationship” e cambia tono. Ora piange. Si sente sola, dice. Non ha ricevuto nessuno dei messaggi che lo ho mandato dal telefono di Tomas nei giorni scorsi e l’email, beh, io le avevo scritto che per alcuni giorni non avrei potuto controllarla. Per questo non aveva risposto.

Spengo il telefono e Tomas, che dal suo letto ha carpito che la conversazione in italiano ha preso un tono inaspettato, non mi lascia un secondo: “Das klang interessant!” Questo sì che suonava interessante, con il suo accento scandinavo vellutato. Gli spiego, la sua sorpresa aumenta. La mia no, rido in faccia alle cose importanti della vita e mi addormento.

venerdì 30 ottobre 2009

Nove gennaio: antefatto

Ma l’otto gennaio cade in un periodo infausto.
K sta male. Già in settembre avevo sottovalutato l’importanza per lei della perdita del nonno. Da quel punto le cose erano precipitate. In Germania una tesi di laurea può durare un anno. K aveva appena superato la metà. Dalle sue parti la vita si prende sul serio e lei si era forzata ad un ritmo da salariata, otto ore di studio al giorno.

Si può chiedere alla mente umana di fare più di quello che è in grado di tollerare, ma per assumere energia dove serve è necessario rilasciarla in altri punti. La fatica mentale dello studio aveva corroso la carne che isolava i sui nervi, esponendoli pericolosamente agli elementi esterni.

E io non capivo. Non capivo se erano i nervi o lei a parlare. Non capivo le accuse che mi venivano rinfacciate. La mia stupida mania di ragionare mi portava a discutere affermazioni che non avevano basi logiche. Là ho imparato che nessuno ha mai ragione o torto. Dipende tutto dal punto in cui si osserva. Il problema è solo quando si cambia punto di vista nell’arco di tre minuti.

E persistevo nel mio difetto, credere nel dialogo: discorsi di ore che non facevano che stremarci ulteriormente, soprattutto per chi doveva parlare la lingua dell’altro. In queste ore giravamo la verità, di solito dal nostro lato, ma anche da quello dell’altro, nei momenti di pentimento. Ma solo dopo ore la verità era dallo stesso lato per entrambi.

E si finiva sempre per fare la pace, al momento di lasciarci. Alla fermata di Harlemmermeerstation, alla stazione di Aalten, o la sera al computer, ci si lasciava sempre in concordia.

Il giorno prima di comprare il biglietto le chiedo cosa ne pensa. Ma qui non so come continuare. Io dico che mi aveva detto di andarci, a fare sto viaggio. Lei dice di no. La versione più probabile è che per quanto sia sicuro che ne abbiamo parlato, nessun Sì e nessun No siano stati spesi e il messaggio è uscito dalle incrinature causate da diversi modi di interpretare le implicazioni semantiche di frasi forse volutamente ambigue.

Per K la mia idea di partire è un affronto. È vero, non la porto con me, ma questo è perché a lei quel tipo di viaggio non interessa e se voglio fare un viaggio che a lei non interessa, il momento migliore è l'anno in cui lei avrà appena iniziato a lavorare e non avrà giorni di ferie da passare con me. Inoltre, dopo cinque anni a vedersi una volta ogni due mesi, non mi pongo neanche il problema per tre settimane di distanza.

E io non capisco le sue ragioni. Cè qualcosa che cerca di farmi capire, ma non riesco ad afferrare. Si vede che a volte è disperata perché vede che non afferro, ma io, per quanto ci provi, non riesco a farlo.

Ma poi arriva la laurea. K si calma, si trasferisce ad Amsterdam con me, trova subito lavoro e anche questi discorsi diventano meno frequenti. L'estate tonifica e anche le settimane prima del viaggio passano tranquille. Anche nei messaggi spediti e ricevuti nei primi giorni a Mosca si legge pace e concordia. E poi silenzio, fino a quel giorno, ad Ulan Bator.

lunedì 26 ottobre 2009

Otto gennaio: preambolo

Sul treno, la sera della partenza da Mosca per Irkutsk, sono pensieroso.
La stanchezza rende i pensieri più cupi, e io lo so che è solo colpa della stanchezza, cerco di convincerne il mio inconscio, ma non riesco ad allontanare la delusione.

Mi sento come se avessi sprecato del tempo. A Mosca abbiamo avuto solo due giorni e tre notti e abbiamo passato troppo tempo seduti per bar e locali, o nell’ostello.
La cosa ci sta, gli altri erano avvelenati, ma quello che veramente mi preoccupa è Olof. Ci frena, rallenta l’andatura, ci impone soste fastidiosamente frequenti, nei posti sbagliati, cerca la vita di casa sua.
Ci dice “ragazzi, la vacanza è fatta anche per rilassarsi". Non gli rispondo che se avessi voluto rilassarmi sarei andato al mare, ma trattenermi mi costa energia.

Tomas mi aveva avvertito un mese prima, dopo averlo reclutato. “Non so, l’anno scorso è venuto con noi al Nord, a vedere il sole di mezzanotte, ha portato delle scarpe di pezza che dopo dieci minuti erano inservibili. Quando eravamo in cammino era sempre cento metri indietro e a me toccava fare la spola fra lui e il resto del gruppo".

Olof ci racconta candidamente di essere stato ad un festival musicale ed aver visto due concerti in tre giorni, perdendosi il suo gruppo preferito perché era troppo stanco.

Sembra uno così, si butta nelle avventure per eliminare ogni carattere avventuroso, come uno che fa i 3000 metri siepi girando attorno agli ostacoli, o che si compra un cavallo, ma non si fida a cavalcarlo e lo tiene nella stalla, non si sa se per la gioia di guardarlo o per mostrarlo agli altri.

Olof si unisce un mese prima della partenza, mentre stiamo cercando qualcuno che parli russo. Olof non parla russo, ma l’anno scorso è stato a Pechino ed è rimasto affascinato. Ci è rimasto due giorni e dice che due giorni bastano, ma ci torna comunque volentieri.

Olof però è garbato, gentile, generoso, sempre tranquillo. Quando ha un'idea, cerca di fartela intuire prima di esporla. È l’elemento estraneo del gruppo e lo sa, lo ammette senza dirlo e il più delle volte lascia che siamo noi a decidere. Ci rallenta, ma ci frena anche dalla smania di fare tutto e niente. Col passare dei giorni si lascia coinvolgere sempre di più e non si lamenta mai se non si fa quello che vuole lui. Olof diventa subito Oleg, perché per pronunciare il suo nome servono una calma e una pazienza che solo lui ha. La O è una U lunghissima, che si ferma con una pausa, prima dello schiocco del "lof".

Olof ci salva la vacanza. Se l’ambasciata russa a Stoccolma non gli avesse imposto di presentare un itinerario e i biglietti, se non avessimo speso tutte quelle corone prima di partire, e fossimo andati all’avventura, come Tomas e io volevamo fare, probabilmente avremmo perso troppo tempo inseguendo biglietti, saremmo rimasti in scompartimenti separati e non avremmo potuto fermarci abbastanza in Mongolia o peggio, avremmo rischiato di perdere l’aereo.

Ma quella sera sono pensieroso, perché vedo in pericolo i piani di un anno, tutte le mie letture, gli studi, la preparazione.

È il 30 novembre dell’anno scorso quando Tomas viene a trovarmi ad Amsterdam.

Tomas e io ci conosciamo da sette anni. Ci siamo trovati in Erasmus, a Colonia, abbiamo cominciato a parlare una sera in un locale sulla Luxemburgerstraße e abbiamo capito subito di avere molto da raccontarci.

Tomas e io uniti siamo un generatore di idee inutili ma divertenti, come quando ci siamo presi una giornata intera per percorrere l’intero percorso della metropolitana terrestre di Colonia, muniti di due fusti di birra (Harald e Karl-Heinz), più come decorazione che con mire alcoliche e manifesti inneggianti all'impresa, coinvolgendo una quindicina di altri studenti.

In quei tre mesi prima che lui tornasse a casa non abbiamo avuto modo di frequentarci spesso, ma dopo l’Erasmus siamo riusciti a trovarci sempre un paio di volte all’anno, quasi sempre in luoghi diversi. È venuto in visita apostolica in tutte le tappe del pellegrinaggio dei miei studi, mentre io sono stato da lui in Svezia per un mese, prima a casa sua in un paese perso fra i boschi, poi mi ha accompagnato a Stoccolma, dove ho conosciuto Olof e ho dormito per una notte a casa sua, poi siamo saliti sulla sua Volvo cadente diretti verso la sua casa sul lago Vättern, per terminare nel suo appartamento di studente a Göteborg. Mi ha presentato alla sua nonna ricca e poco amata, ho scoperto più tardi, per disturbarla, passandomi tacitamente per il suo ragazzo.

Cafè Amsterdam, Ulan Bator

Il 30 novembre arriva ad Amsterdam in treno, dopo un mese in viaggio, traducendo al computer durante il viaggio per mantenere se stesso e le sue idee. Viene da un giro dell’Europa in treno, dalla Svezia alla Slovacchia per trovare sua sorella che studia Medicina in un paesino, a Roma da Nicola, alla stazione di Prato ha avuto 30 secondi per fare ciao ad Ilaria e Margherita, poi un pomeriggio a Parigi, Bruxelles e infine Amsterdam.

Quella sera usciamo a vedere un concerto, poi giriamo per i bar attorno a Leidseplein, beviamo birra belga, ma neanche troppo. Di sicuro è più l’euforia che l’alcol a portarci a pianificare il prossimo incontro. Escono nomi sparsi, Camerun, Patagonia, ma Tomas è entusiasta dell’idea del viaggio in treno. Nomina la Transiberiana e mi chiedo come ho fatto a non pensarci prima.

La risposta è semplice: ci ho pensato, ma non ho mai preso l’idea sul serio. Sembrava una cosa troppo grande, complicata, forse pericolosa.
Era una di quelle cose che si sognano, ma non si fanno mai. Ci si pensa, è bello sapere che è possibile, è un’ottima scappatoia per un giorno nel quale dovremo fuggire da qualcosa. È utile e dilettevole porsi un traguardo irraggiungibile. E poi, pensandoci bene, Novosibirsk e Ulan Bator non si sa nemmeno se esistano davvero.

Ma Tomas non è un sognatore e quando propone di fare qualcosa, lo intende davvero.

Chinatown, Amsterdam

A inizio gennaio, la depressione del periodo grigio dell’anno mi impone di fare programmi. Cerco voli a basso prezzo per l’Africa. Il 5 gennaio contatto Tomas con un paio di idee, ma lui ha già tutto programmato. Austrian Airlines, Amsterdam – Mosca, Pechino – Amsterdam. Il giorno dopo in ufficio non ho lavoro, lo contatto su Skype e compriamo i biglietti dal 29 agosto al 19 settembre, il massimo delle ferie che posso permettermi dal lavoro.