martedì 8 febbraio 2011

Da questa valle verde sembra impossibile immaginare i saliscendi ruvidi che ci assalgono appena fuori dal villaggio. Il verde, con alberi ed erba alta, è tutto nei punti che rimangono perennemente in ombra, come una foresta di peli in un’ascella di proporzioni bibliche. Le zone esposte al sole invece sono di un giallo epatico. Peli verdi nell’ascella di un alcolizzato. Un paragone cattivo, perché in mezzo alla pelle opaca, questi peli hanno il colore di smeraldo dell’erba e degli alberi sparsi e disorganizzati di quelli che vorrebbero essere frutteti, ma sembrano più giardini all’inglese. Privi della regolarità dei filari dell’agricoltura estensiva, gli alberi sono piantati con gli spazi di un giardino.

Il fatto è che la canicola risparmia solo chi riesce a nascondersi, rifugiarsi nei punti più remoti delle valli, ripararsi come in trincea. Rifugi come questi sono i punti di partenza e arrivo delle nostre camminate, ma fra uno e l’altro passiamo attraverso pendii dolci, ma esposti, nudi.

La mattina si parte presto, dopo una colazione nutriente di mandorle, uva passa glassata, pane, tè e marmellata d’abicocca. Rubiamo due mele in miniatura per la camminata e ce le infiliamo in tasca. Queste mele, di stagione a giugno, sembrano essere uno dei frutti preferiti degli uzbechi. Il sapore è quello di una mela delle proporzioni che conosciamo, ma la consistenza è più farinosa, simile a quella di una renetta. Buone, ma i frutti che preferisco, i più dolci fra tutti, sono le more dei gelsi, molto diffuse, perché si raccolgono dall'albero che produce le foglie più adatte per ingrassare i bachi da seta.

Il mio zaino è il più pesante e mi tiene schiacciato contro il terreno. È pieno di vestiti lunghi che in tre settimane non userò mai. Niente jeans, sempre e solo l’unico paio di pantaloncini corti, che di sera lavo a rate, in modo da poterlo trovare asciutto la mattina seguente.

La giacca a vento sepolta sul fondale dello zaino è un oggetto decisamente estraneo. Quando mi capita fra le mani, mentre disfo lo zaino, mi fa rendere conto delle distanze. Da quassù, un mondo dove servono le giacche a vento sembra impossibile.

Procediamo in colonna, fra capre senza pastore e macchie di cespugli resistenti, di struttura stopposa. Chilometri senza vedere un albero, ma dove ce n’è uno, c’è anche un villaggio, vita. In testa alla colonna c’èla nostra guida, un ragazzo magro con un sorriso largo e onesto, protetto dalla cappa di un paio di baffi neri. Avrà trentacinque anni, orgoglioso nel suo cappellino con il simbolo dei blaugrana e la scritta Barselona.

Io e lo zaino stiamo in fondo, anche perché non sono qui per fare esercizio fisico, ma per guardare, e se mi va bene, vedere. E sono fortunato, perché il passaggio degli altri davanti a me spaventa un’upupa, una sagoma colorata di rame e nero, che mi taglia quasi la strada e sparisce in un secondo dietro le curve dei colli. Un colore vivo che è irreale, stona fra queste tinte bruciate. Quando parlo del mio avvistamento, nessuno sembra particolarmente impressionato. E li capisco, perché se fossi nato in città come loro, probabilmente anch’io considererei la gioia di vedere per pochi secondi un animale selvatico un'emozione per puri nerd. Una cosa come quella che ho letto con orrore nell’autobiografia di Jonathan Franzen, un catalogo di avvistamenti. "Ho avvistato 326 specie nella mia carriera di birdwatcher”.

Sorprendere un animale selvatico è una soddisfazione che non ha spiegazioni. Forse è pura curiosità, forse addirittura voyeurismo, inteso come passione per il vedere cose. Ma se non fosse per queste due cose, che senso avrebbe partire da casa?

Ci fermiamo davanti ad un edificio senza infissi, all’ombra di una parete rocciosa, pieno di rami coperti di foglie che alimentano come frutti migliaia di bachi da seta bianchi e grossi, e poi, dopo altri chilometri di salita e discesa in un panorama sempre più cotto, ci fermiamo in paradiso: una valle scavata in profondità dalla pazienza di un ruscello, con alcune case con le pareti di terra secca appoggiate sulle pendici. In fondo alla valle ripida, il ruscello rallenta in una pozza fresca dove i piedi gelano di sollievo davanti ad un riparo con una tettoia e un tapshan all’aperto, costruito come un ponte sul ruscello.

Questa è la nostra tappa per oggi. Passiamo il tempo a parlare a gesti con Yan, la guida e la famiglia che ci ospita. Abbiamo affinato l’arte, stavolta la conversazione è quasi fluida, riusciamo a comprendere e farci comprendere, anche grazie alle poche parole russe memorizzate da un dizionario che abbiamo trovato il giorno prima. “Montagna”, “traduttore”, “Olanda”, “pianura”, "canali", "pastore", "agricoltore", poco altro.

Ci raccontano di loro, ci portano addirittura a vedere le loro stanze, che a quanto pare è un onore riservato a pochi. Vivono bene. Le stanze sono pulite, accoglienti, con le pareti coperte di tappeti e arazzi. È in posti come questi che capisci che chi è considerato povero non deve per forza vivere male.

Le donne ci insegnano a cucinare il plov all’aperto, su di un focolare in terra. Riso, carote gialle tagliate a scaglie, uva passa e cumino, un sapore dolce da abbinare alla carne di capra.

E visto come viene regolata la fiamma, qual’è la differenza con un fornello a gas? Forse solo il tempo d’accensione.

Lilù e io dormiamo all’aperto, fra il suono costante dell’attività degli insetti che copre quello dell’acqua e le incursioni in ricognizione di un pipistrello che si muove come un volano bruno e nero e ha scelto come base le travi del soffitto della tettoia di fronte al nostro tapshan.

venerdì 28 gennaio 2011

Andremo verso Forish, ai piedi della catena dei monti di Nurata, ma dal lato opposto rispetto a quello dove siamo già stati. È un paese minuscolo. Yan ha trovato da qualche parte il nome di un'associazione che organizza camminate sulla catena, passando la notte presso famiglie locali, in paesi dove spesso si arriva solo a piedi o sulla schiena di un asino.

Ma anche arrivare a Forish non è facile. Dobbiamo cambiare tre taxi condivisi. In tre possiamo permetterci di pagare anche per il quarto passeggero, ma dobbiamo comunque trattare sul prezzo.

Trattare è una di quelle cose che funzionano solo se ne sei convinto, se ti piace farlo. Noi cerchiamo di farlo sempre, per non rinforzare la convinzione che in Occidente possiamo permetterci di spendere senza pensarci e per non invogliare i locali a vendere i loro servizi solo ai turisti, anche se in Uzbekistan il problema ancora non sembra esistere. Forse però esageriamo, perché spesso ci accorgiamo che gli abitanti di questa terra di mercanti ci fanno pagare quanto pagano i locali.

E il nome "taxi" è solo una designazione, perché si tratta per lo più di persone che devono spostarsi per motivi personali e cercano di condividere le spese per il carburante.
La prima tappa è semplice. Da Samarcanda è facile trovare qualcuno diretto a Jizzax, una delle più grandi città del paese.
Jizzax è relativamente vicina a Forish, ma pochissimi viaggiano in questa direzione remota e i taxi costano molto di più. Pazienza. I taxi partono da un mercato e noi possiamo permetterci di far aspettare gli autisti mentre mangiamo delle frittate splendidamente unte: quello che ci vuole per riempire lo stomaco di chi non mangia da ore. Nel frattempo la pazienza degli autisti è provata e le offerte si abbassano. Dopo pranzo la spuntiamo per 25.000 sum in tre (conversione 1:1 con la lira italiana), la cifra che ci era stata indicata come normale a Samarcanda.

È sempre fra un mercato e l'altro che si muovono i taxi e anche a Forish ci fermiamo fra cocomeri verdi e mele minuscole, il tutto chiuso fra pareti sbrecciate, che stonano di fronte ad un monumento moderno in stile sovietico, ma dipinto della bandiera bianco verde blu. Forse i colori sono l'unica cosa che cambia davvero.

L'ufficio dell'associazione che organizza le camminate è al colmo di una collina. Un edificio con pareti perfettamente rette, come non ne vedevamo da un po'. Dalla collina, al tramonto, il panorama invoglierebbe a partire immediatamente. Le montagne ci offrono un saggio gratuito di quello che vedremo nei giorni a venire, giallo come le piramidi, con peli ascellari verdi nelle valli più in ombra. Poi la grande pianura e un'altra catena bassa in fondo, oltre la pianura. Ci accoglie un signore tedesco sulla cinquantina, che quasi un anno prima, mentre si stava preparando per trasferirsi in Etiopia con la moglie, è stato dirottato qui in Uzbekistan dall'associazione per cui lavorava.
Helmut ci fa scegliere il percorso. Yan camminerà per cinque giorni, attraversando la catena, noi possiamo permettercene solo tre e scegliamo un percorso più breve.

Per arrivare alla prima stazione dobbiamo prendere un altro taxi, che ci guida in linea retta, facendoci rimbalzare verso il primo paese e la prima famiglia.

Arriviamo ad un cancello che apre un varco in un muro a secco. All'interno un prato tenuto in ombra da alberi da frutta, con un tapshan e diverse capre sparse. Solo a distanza escono delle case ad un piano, un rifugio per gli animali ed un bagno all'esterno, con un secchio che dovrebbe funzionare da doccia.

Ci abita una famiglia con due figlie sui 10 anni. Sono amichevoli, simpatici, sembrano apprezzare l'umorismo che si può esprimere senza parole, ma la lingua è un confine più protetto di quello di una repubblica dell'Asia centrale. Le bambine non si pongono il problema. Ci portano a vedere gli animali e ci consegnano come fossero perle delle palline da ping pong di formaggio di capra. Poi ci offrono il tè e per la prima volta da giorni possiamo sederci a riposare mangiando albicocche e ciliegie.
A notte fonda, con le luci addormentate, la mia ragazza di città mi confessa di non aver mai visto stelle così luminose.

martedì 18 gennaio 2011

Anche a Samarcanda ci avventuriamo nei mercati. Da queste parti, è un ottimo modo per conoscere la vita locale. Basta evitare quelli più famosi, quelli vicini ai monumenti, o almeno tenersi lontani dai cartelli tradotti in inglese. Signore ambulanti, senza la necessità di un tavolo o un bancone, vendono pani rotondi e ricamati, ragazzi offrono sciroppi di colore fosforescente da bere sul posto, di sapore difficile da identificare. Si trovano cappellini quadrati, utensili da casa e lavoro, verdura. I cocomeri escono direttamente dai bagagliai dei furgoncini UzDaewoo e gli articoli di vestiario sono gli stessi ovunque: abbondano i falsi di Adidas e Nike, ma il marchio più popolare è Gucci, quasi più ricercato degli accessori con i marchi delle squadre di calcio. Le magliette rosa con scritto Chelsea in giallo, o quelle verdi che inneggiano al Real Madrid e ovviamente ovunque gli articoli firmati Barselona.
Carri ad asino motore escono dal mercato con noi, in direzione Shah-i-Zinda. Shah-i-Zinda è una linea quasi retta in salita, un sentiero che si arrampica in cordata sulla collina di Afrosiab, in mezzo ad uno dei cimiteri più vasti che abbia mai visto. La via è chiusa ai lati da decine di mausolei antichi, con la forma di tanti piccoli depositi di Paperon de Paperoni. I più spettacolari sono quelli posti più in alto, completamente ricoperti di piastre di ceramica blu e verde. È un ambiente sereno e silente, ci fa riposare dallo stress, passare un pomeriggio sottomarino esposti fra la luce blu e verde della maiolica.

Se si ignora la loro posizione isolata in mezzo al traffico turistico e stradale, i monumenti di Samarcanda sono i più impressionanti del paese. Samarcanda è una città moderna, fatta di parchi, viali ed uffici postali. Le zone residenziali di periferia sono le stesse di qualsiasi altra città, con ristoranti all-you-can-eat ed uffici in affitto negli edifici ancora in costruzione. Interi quartieri di scheletri di cemento in un formicaio di operai e gente che aspetta l'apertura di un nuovo sportello bancario (dal quale noi non possiamo prelevare), camminando nel parco fiorito dedicato al poeta Alisher Navoj.

Samarcanda è l'ultima delle tappe obbligate. Da qui potremmo scendere verso Termiz e il confine con l'Afghanistan, potremmo passare Tashkent e scendere nella valle del Ferghana, perché da qui non si sa niente degli scontri fra i chirghizi e gli uzbechi in corso proprio in quella zona. Potremmo andare a Shahrisabz e poi sulle prime pendici del Pamir. Potremmo, ma dobbiamo scegliere una sola meta e il compito è arduo.

Termiz sembra l'ipotesi più interessante, ma ci rimangono pochi giorni e qualcuno dice che serva un permesso speciale per raggiungere il confine con l'Afghanistan. Il Ferghana invece si dice sia una zona industrializzata e poco sia rimasto delle carovane che passavano sulla via verso la Cina. Ci sediamo a colazione l'ultima mattina, prima di partire per Shahrisabz e poco dopo si uniscono i motocicristi tedeschi, che ci presentano Yan, reporter francese della Magnum, in vacanza forzata dopo aver perso l'attrezzatura fotografica in qualche aeroporto dell'Asia centrale. Con lui camminiamo verso la banca nazionale, unico posto dove è possibile prelevare i sum da usare da qua fino al nostro ritorno a Tashkent. Yan è un personaggio interessante e ci racconta delle sue missioni fotografiche in Afghanistan e nelle zone di guerra del mondo. Giubbotti antiproiettile, scoppi di bombe e trovarsi in situazioni nelle quali ci si sente un verme a schiacciare il grilletto dell'otturatore.
Dice che fra pochi minuti partirà per tre giorni di cammino sui monti di Nurata. Ci chiede se vogliamo unirci, per dividere il prezzo dei taxi condivisi. Noi abbiamo già scelto Shahrisabz e lo lasciamo, sperando di rivedere il suo nome un giorno nelle didascalie del Newsweek. Ci fermiamo a rubare qualche amarena, pensando alle nuove madrasse da visitare, rendendoci conto all'unisono che probabilmente saranno uguali a quelle che abbiamo visto a Khiva, Bukhara, Samarcanda. Discutendone fra di noi rimaniamo stizziti per come nessuno dei due sia stato in grado di prendere la decisione che avrebbe preferito davvero. Senza motivo, forse solo per seguire i punti consigliati nella guida.

Ci accusiamo a vicenda, ma in realtà ciascuno di noi due sa di star accusando se stesso. Per interrompere una situazione sterile decido che c'è ancora speranza. Forse Yan non è ancora partito. Lo vado a cercare, ma non so dove sia la sua camera e in giro non lo si trova. La proprietaria dell'alloggio ci dice che Yan ha pagato e a questo punto probabilmente è partito. Così ci carichiamo gli zaini sulla schiena, facciamo per avviarci verso la rotatoria di Bibi Khanum, per trovare un taxi da condividere verso Shahrisabz, quando dall'ultima porta sul viale verso l'uscita principale esce Yan.

"Yan! Ci sei ancora!"
"Stavo per partire"
Stavolta non è necessario consultarsi a vicenda
"Aspetta, veniamo anche noi"

lunedì 10 gennaio 2011


Quella città là, con i casermoni rovinati, i viali che sembrano autostrade, le statue sovietizzanti e le moschee, è Samarcanda, la nobile, la capitale della Via della Seta, pia e blasfema città di mercanti e di mullah. E oggi a Samarcanda pioviggina e gli hotel sono pieni. Distante dalla canicola di Bukhara, anni luce dalla città nascosta di Khiva.

Gur Emir, il mausoleo di Tamerlano, là nell'angolo di un’enorme isola pedonale triangolare, è esibito come un passo di un antico testo sacro con un evidenziatore giallo. Il Registan, la piazza inquadrata su tre lati da tre madrasse, il simbolo della città, è in un’area pulita e giardinata, attrezzata per sfruttare il turismo. Non al meglio, ma secondo standard organizzativi molto migliori rispetto ai monumenti del resto del paese. Manca lo spirito pionieristico, lo scoprire meraviglie nascoste, ma forse si chiama organizzazione turistica ed è giusto che sia così, almeno per chi abita qui e può così beneficiare di questa ricchezza.

I dubbi mi sorgono solo pensando che chi abita nei palazzi di Samarcanda non sembra necessariamente più felice degli abitanti delle case con i muri di fango e paglia di Khiva. Con il solo vantaggio che a Samarcanda le partite dei mondiali di calcio si vedono in diretta e la gente può tifare in diretta per l’arbitro: il signor Irmatov di Tashkent, che arriverà a dirigere partite importanti, fino a portare l'Uzbekistan alla semifinale fra Olanda e Uruguay.

Dei mondiali, gli uzbechi seguono solo l’arbitro, e comunque non l’Italia. Gli unici azzurri che conoscono sono Totti e Baggio. D’altra parte, non si può rimproverare ad un popolo di non conoscere Quagliarella.

Appena arrivati, dopo aver appoggiato gli zaini e rubato giusto due amarene dall'albero, camminiamo fino al Registan, saliamo fino alla moschea di Bibi Khanum, sulla cima di un pendio e ci troviamo di fronte alla collina di Afrosiab, coperta dalle tombe di un cimitero, in mezzo al quale si arrampicano in cordata le cupole azzurre del complesso di mausolei di Shah-i-Zinda.

È pomeriggio inoltrato, siamo euforici per essere qui, saliamo sulla collina, con l’idea ufficiale di dirigerci verso il palazzo dei sovrani della città, ma sappiamo che è troppo lontano e quello che vogliamo davvero è camminare soli, abbandonare l’effetto che si prova trovandosi improvvisamente in una grande città dopo giorni di solitudine. Camminiamo lungo una strada fra il cimitero e prati d'erba gialla, entriamo nei prati attraverso una spaccatura in un muro a secco e ci arrampichiamo fino in cima.

Siamo soli, nessuno in vista attorno a noi e dalla cima ci sentiamo in confidenza con le cupole di Bibi Khanum, che alla nostra stessa altezza sembra vogliano parlarci. La moschea è ancora più maestosa, incoronata fra le case basse e semplici di una zona residenziale.

Torniamo indietro in questo labirinto di casette, incollate come in un unico complesso abitativo, fra strade che curvano quando vogliono. I ragazzi che incontriamo per strada ci guardano con pudore, tenendo gli occhi ad angolature innaturali, per allontanare il volto il più possibile da noi, e poi accigliati e ci rivolgono un “Hello” a mezza voce, tanto che spesso non siamo sicuri che lo abbiano pronunciato davvero. L’Hello è così frequente e timido che abbiamo il sospetto che la cortesia verso lo straniero sia comandata da uno di quei murales patriottici, di cui non capiremo mai il contenuto, ma solo i colori, il verde, bianco e blu della bandiera nazionale.

La strada si fa gradualmente più viva, si aprono porte da cui escono bottiglie di bibite fosforescenti, sigarette e magliette con scritto Arsenal, Chelsea o Barselona, sempre e rigorosamente con la S.

Poi la strada si interrompe bruscamente: in mezzo è stato montato un cancello in ferro, uno sbarramento metallico che chiude completamente alla vista il resto della via. Ci avviciniamo fra l’ombra degli edifici e del cancello stesso, apriamo la piccola porta alla base e vediamo la luce: siamo sulla strada principale che collega il Registan alla sommità della collina, un ampio viale alberato fra negozi di tappeti, ciaicane e souvenirifici istituzionalizzati. La periferia, che si accalca ai bordi della strada come il pubblico di una gara ciclistica, è tenuto nascosto e protetto dietro le transenne. Riparata dagli occhi dei turisti, che potrebbero avere un’opinione troppo realistica di quello che succede dietro le quinte.

Anche il nostro albergo rispecchia la struttura urbanistica della città (e di Bukhara qualche giorno prima). Si estende su di un complesso di edifici ad un solo piano, con corridoi fra pareti tassellate di portoni che si aprono su giardini con gelsi, ciliegi, fichi, albicocchi e amareni. Dicono che le colazioni ricche di marmellate e macedonie siano fatte interamente con i prodotti dei giardini.

È a colazione che incontriamo i pochi altri turisti. Due belgi sulla cinquantina, che hanno percorso la nostra via attraverso Khiva e Bukhara, una giovane coppia tedesca, arrivata in moto attraverso la Turchia, l’Azerbaigian e il Turkmenistan. Viaggiando si nota come tedeschi si muovano spesso a motore privato. Forse sono terrorizzati dalla scarsa prevedibilità dei mezzi pubblici in questi paesi, forse si sentono più liberi con un mezzo che possono guidare personalmente. In ogni caso il mezzo di trasporto è un simbolo di stato molto importante nel loro paese (ho conosciuto tedeschi che portano fotografie della loro Golf nel portafogli). Saranno loro a presentarci Yan.

domenica 12 dicembre 2010

Entriamo a Nurata dietro un camion carico di blocchi di marmo delle dimensioni di refrigeratori industriali. Il pianale è aperto sul retro e il parabrezza dell'UzDaewoo si incipria di polvere bianca.
I marmi vengono dalle montagne della catena che porta lo stesso nome della città e che comincia qui, con una rocca che parte dal centro, tagliando una fetta di torta nel perimetro della città.
Parcheggiamo in doppia fila e mezza, in uno spiano ai piedi della rocca. C'è un mercatino e un arco in stile arabo che apre la via verso le prime pendici della catena montuosa.
Come ovunque, in Uzbekistan la tariffa d'accesso ai monumenti è più alta per i turisti che per i locali, ma qui almeno nessuno lo nasconde o si preoccupa di nasconderci il fatto che pagheremo dieci volte quello che pagano gli autoctoni. Per loro è normale, e forse potrebbe esserlo anche per noi.
Non è per accedere alla catena montuosa che si paga, quello è gratis ovunque, forse perfino negli Stati Uniti, ma perché ai piedi di questa prima pendice si trova una sorgente d'acqua benedetta, stretta fra una moschea, alcune tombe di "uomini che conobbero Maometto" e l'inizio della via che porta alla fortezza, fatta costruire da Alessandro Magno dopo un sogno nel quale gli era stato consigliato di edificarla nella forma della costellazione dell'orsa maggiore.
Sono informazioni che ci vengono lanciate contro in inglese da due ragazzi che ci pedinano e cerchiamo di scrollarci di dosso in modo amichevole. Però a un certo punto essere amichevoli non basta ed è bene mostrarsi infastiditi quanto veramente siamo. I ragazzi sembrano aver capito e il più vecchio di loro, 16 anni e una voce pacata e tranquilla, quasi radiofonica, ci spiega che non gli interessano i soldi, ma solo esercitare il suo inglese.
Così, intimiditi dai sensi di colpa, come ci capiterà spesso in Uzbekistan, dove la gente che sembra fingere buone intenzioni spesso ha davvero buone intenzioni, ci presentiamo e ci apriamo al dialogo. Sono fratelli, il più grande studia al liceo e l'altro è più giovane di quattro o cinque anni, ci spiegano il sistema scolastico locale, che non riusciamo comunque a capire, nonostante il loro inglese sia preciso e molto corretto. Hanno un cellulare con file mp3 di musica russa, ma anche occidentale. Bon Jovi e roba da radio, fossero stati europei sarei inorridito, ma visto da est tutto assume una prospettiva più innocente. Saliamo sulla rocca alessandrina da scalinate con venditori di giocattolini da autogrill, poi la scala finisce e ci inerpichiamo sulla roccia e siamo ufficialmente all'inizio della catena montuosa di Nurata.
Fazzoletti colorati sono legati attorno ai pochi sterpi d'erba dura in cima alla rocca. Prima che io abbia il tempo di aprire la bocca per chiederlo, i ragazzi ci spiegano, con tono di disapprovazione, che si tratta di superstiziosi che seguono la moda e sporcano la loro fede islamica con elementi buddisti. È divertente, perché chissà quante volte ho preso in giro quegli olandesi di mezza età che si imbottiscono di ioga, ciacra e marigianna per fare i buddisti a modo loro. Anche l'Islam, a quanto pare, è insidiato dal relativismo. Per il resto, il loro rimane l'unico riferimento forte alla religione che sentiremo in questo paese dove i veli sono meno che ad Amsterdam o Trento.
Alessandro Magno, una sorgente miracolosa, l'islam e il buddismo ci ricordano che in queste terre di mercanti si sono incrociate in pace tutte le religioni: turchi, persiani, mongoli, ebrei, russi, cinesi, islamici, nestoriani, Ahura Mazda, Mani, Buddha. Religioni forzate a convivere con le trote nel ruscello benedetto d'acqua blu.
Dalla cima del promontorio vediamo tutto il centro abitato, con una buca quadrata proprio ai piedi della collina. I ragazzi ci spiegano che è il punto da dove i macedoni avevano scavato il materiale per costruire la rocca. Ora sul fondo sono state piantate due porte da calcio a distanza regolamentare, e nell'avvallamento sono stati ricavati gradoni per il pubblico. Tra tutte queste religioni, c'è un tempio anche per il Pallone.
Le montagne rimangono dietro la nostra schiena, come la coda di una cometa, all'apparenza accessibili facilmente, ma si sa che la montagna inganna. Al di fuori della città invece solo steppa, in leggerissima salita solo da lontano.
Scendiamo e i ragazzi ci portano al canaletto dove possiamo bere l'acqua santa. È fresca e nel mezzogiorno uzbeco è un sollievo miracoloso. Gli uzbechi attorno, compresi i nostri accompagnatori, sorridono orgogliosi della loro acqua freschissima e non credo a nessuno importi che quelli che hanno appena violato la fonte del Profeta sono infedeli europei. Salutiamo ed è un peccato non ricordare i loro nomi, complicati come la maggior parte dei nomi uzbechi.
L'autista (altro nome troppo complicato da comprendere) è contento di rivederci dopo due ore e ci trascina attraverso valli invisibili dal punto dove avevamo dominato la valle, con gialli che degradano in verdi, grigi, rossi, verso un'area sempre più rigogliosa e rinfrescata dal vento che scende dal Pamir. Anche la nostra carovana compatta si dirige verso Samarcanda.

venerdì 26 novembre 2010


L'ultimo pomeriggio a Bukhara il calore ci mette addosso una febbre artificiale. Il sole non lascia secondi di pace, non c'è rifugio nel forno.
Compriamo acqua da bere e da versarci in testa e sfidiamo la malattia indotta per ficcare il naso fra le vie disorganizzate dei quartieri residenziali, sicuri che questa città non possa essere fatta solo di monumenti. Non lo è, ma anche tra l'ombra incandescente della periferia emergono tracce di tempi passati. Edifici di cemento grigiobianco con portoni di legno intarsiato, logge con travi istoriate negli androni popolari, mentre ci trasciniamo quasi al limite delle forze, per poi collassare sul letto dell'albergo per due ore di sonno che ci ridaranno forza giusto per l'ultimo shashlik attorno a Lyab-i-Hauz.


E poi ci si alza presto la mattina, per farsi portare verso nord. La notte ha piovuto, una pioggia che sembrava impossibile nei giorni precedenti, ma che è là, per terra, a stendere un nuovo manto satinato su questa città che conoscevamo a colori e di sfuggita, proprio mentre partiamo, ci appare diversa.

Prenotare un taxi tutto per noi era l'unico modo per arrivare al lago Aydar Kul, un enorme bacino d'acqua dolce nel nord del paese, quasi al confine col Cazachistan, in mezzo al deserto. Un luogo dove qualsiasi uzbeco non avrebbe avuto modo di voler andare.

E fra il deserto di Bukhara e quello della nostra destinazione passiamo attraverso le montagne di Nurata, in una steppa a tratti perfino coltivata a cereali, campi che dipingono di giallo il paesaggio di verdi, grigi e marroni opachi. Il cielo è coperto e mentre ci avviciniamo alle montagne la temperatura si abbassa, per rialzarsi di colpo quando l'asfalto finisce e la UzDaewoo si incanala in sentieri tracciati sul dorso di dune che domani potrebbero essere in un altro luogo. Ci fermiamo in una valle arancione, coperta di yurte bianche che sembrano uova di dinosauro in un cratere di sabbia. Il campo è tutto per noi, l'autista e il russo che lo gestisce, un uomo di un umorismo russo: fatto di esagerazioni e parabole, ma mai sbracato a perdere la dignità. Piccole prese in giro in tono di sfida bonaria lo rendono ancora più mascolino. Un umorismo facile da trasmettere a gesti,anche senza parlare la stessa lingua.

"Varan", ci dice, quando ci serve la carne, che per fortuna ha un aroma caprino mai così rassicurante, che sventa subito l'ipotesi che davvero si tratti di fette di lucertola di grosso calibro.
Poi ci presenta la Kyzyl Kum Pizza, uno sformato di patate. E il tavolone di legno punteggiato di ciotole con piccole tapas russe di erbe, verdure, frutta secca e fresca che non posso mangiare per via dei problemi intestinali causati dalla calura. Sono scettico, ma provo la vodka che mi offre per risolvere il problema. E funziona. Spirito che dona spirito.
E poi finalmente il lago, perché sono giorni che desideriamo sentirci attorno l'acqua, anche se questa è sapida e tiepida come quella di un tè cinese. Invoglia ad avvicinarsi, stringersi e lasciarsi andare soli, nonostante l'autista che passeggia non troppo lontano.


E chissà cosa pensa l'autista, chissà cos'è che gli fa dimenticare una strada che conosce bene e ci fa perdere nel deserto, fino ad incagliare lo scafo della UzDaewoo in una duna di sabbia, come le navi di Moynaq.
Mentre io e lui cerchiamo di riportarla a galla, con gli stessi metodi che si usano da me per liberare i fuoristrada dal fango, fa battute sui varani, i lucertoloni del deserto di cui qui tutti parlano, ma che lui dichiara di aver visto solo una volta, senza vita, sul ciglio della strada.

Ci vuole più di un'ora per liberare la macchina e cercare la via per tornare al campo, esausti di voglia di addormentarci, cullati dalle ninnenanne punk delle morbide buche sabbiose delle strade desertiche, ma costretti a stare svegli per cercare la via. È Lilù, con la sua memoria fotografica, a condurci sulla strada giusta, riconoscendo la successione di virate a destra o sinistra sui bivi della pista fra le dune.

Al campo il sole si sta già abbassando in uno dei lunghi tramonti dell'Est. Camminiamo fra le dune arancioni, coperte da macchie di cespugli verdegrigi con fiori che sono globi di chiodini spinosi. È l'ora in cui escono gli animali: una tartaruga compatta in mezzo alla strada, un grosso ramarro blu con la coda arancione, quasi un oggetto estraneo fra i colori del deserto, come potrebbe essere una lattina di birra o un qualunque altro oggetto abbandonato da qualche turista. Niente varani. Intanto è notte e gli asini si radunano sulle cime delle colline, mentre noi ci sdraiamo in silenzio sui materassini dentro la yurta, subito dopo una cena di Kyzyl Kum Pizza e vodka. Il silenzio, la solitudine, la yurta di tipo kirghiso, più stretta, alta e meno raffinata nella struttura di quelle mongole, ma ugualmente confortevole, si va a letto molto presto per un sonno santo di molte ore, nel silenzio e nell'oscurità totali, per rinfrescarsi prima del giorno di Samarcanda.


domenica 17 ottobre 2010





Bukhara è una città calma di caldo. La temperatura blocca i movimenti, costringe a tacere, moltiplica le distanze. Il centro sembra immenso: il mezzo chilometro fra l'hotel e la fortezza, sotto il sole diventa una distanza eroica.

L'unica soluzione è tenersi al riparo dei portici in pietra, delle tettoie lungo la via come si farebbe in una giornata di pioggia, mentre invece il sole fa soffriggere i capelli.

Dall'hotel sul bacino aperto di Lyab-i-Hauz si infila il primo arco per entrare nel medioevo. Poi è tutta una successione di madrasse, moschee e caravanserragli, senza veicoli motorizzati a spezzare l'illusione. Bazar che vendono forbici a forma di becco di pellicano, costruite sotto i tuoi occhi ad un tavolino di legno leggero, artisti calligrafi che spiegano come aggirare con simboli il divieto islamico di rappresentare immagini, samovar sopravvissuti a Stalin e Gorbaciov, che ora cercano di doppiare anche Karimov, vestiti da donna in cotone e seta, i due tessuti che si fanno concorrenza qui, dove il primo viene coltivato e il secondo smistato. Un negozio di spezie, grande come il cucinino di un appartamento popolare, irradia sentori di cumino e cardamomo.

Ognuno dei tanti corridoi sotto gli archi, i posti più freschi in città, è occupato, più che da veri mercatini, da gente che vende quello che sa produrre.

Il minareto Kalon, che assomiglia ad un macinapepe di legno, tiene d'occhio una piazza resa maestosa dagli ingressi immensi della moschea e della madrassa con lo stesso nome. Ci arriviamo al tramonto, con le pareti della città colorate di rosa. Sulla piazza solo un gruppo di bambini che mi circondano per chiedermi caramelle che non ho, mentre cerco goffamente di convincerli a lasciarmi in pace, parlandogli in italiano in tono sempre più concitato e a voce sempre più alta. Lilù dice che sembro un Benigni dolomitico, mentre accelero il passo per scappare, poi mi fermo a spiegare a gesti che non è bello rompere le palle e infine mimo mosse di karate quando provano a tirarmi qualche calcio. Sottile imbarazzo: non sai se quei calci col sorriso ti fanno tenerezza o incazzare.

La gente si sveglia la sera, attorno a Lyab-i-Hauz. Ai bordi del bacino d'acqua con fontane e zampilli, l'aria è leggermente più fresca e si ordinano le carni migliori, che per gli uzbechi sono quelle più nutrienti, quelle coperte di grasso. Girano famiglie benestanti, coppie e qualche raro turista russo. Lilù ordina del vino uzbeco e poi vorrebbe farselo cambiare perché dal sapore si direbbe che la bottiglia è rimasta aperta troppo a lungo. Il cameriere la guarda con uno sguardo che non comprende: la bottiglia era sigillata fino a pochi minuti prima. Il vino uzbeco sarà un esperimento che non ritenteremo.

Attorno a Lyab-i-Hauz, in poche ore serali, si riassume tutto il movimento che era in pausa durante il giorno. Famiglie benestanti con bambini si stravaccano sui tapshan e ordinano tutto quello che il menu ha da offrire. I piccoli scappano a giocare sul cammello di vetroresina e quando i genitori si alzano per ritirarli, è il gatto della casa a saltare sui tavoli e ripulire gli spiedi degli shashlik di manzo e agnello. È importante sedersi il più vicino possibile agli zampilli che smuovono l'acqua del grande bacino centrale. L'acqua spruzzata in aria rinfresca quel poco che basta per sopportare la calura. Al resto ci pensano i succhi Sochnaia Dolina, che berremo di continuo durante il viaggio. Scopro che l'acqua, da sola, non mi disseta. Ho bisogno di sapori.

Gli uzbechi bevono il tè, con effetto sauna: prima fa sudare tutte le impurità rimaste in corpo, poi rinfresca del contrasto fra il calore ingerito e quello esterno. Soprattutto verde, dicono che il nero non abbia gli stessi effetti. Ovunque girano queste teiere bianche decorate di blu, tutte uguali, tranne alcuni modelli identici, ma con il blu sottolineato di linee dorate. La versione deluxe.

A Bukhara mi sveglio una mattina per prelevare qualche dollaro da convertire in sum per escursioni fuori città. Solo arrivato all'Asia hotel, la banca più affidabile della città, quando mi accorgo di aver perso la carta di credito. Torno in hotel, ma non la trovo. Alla fine scendo nel cortile. "Lost! Visa!" Visa si capisce, per il "lost" basta un segno di taglio con la mano. "Telefon, hotel, Khiva".

La signora (Nazira di Nazira e Azizbek in persona?) chiama l'albergo di Khiva e in un attimo torna allo scoperto la maledizione di Moynaq. Pare che la carta mi sia uscita dalle tasche delle braghe corte mentre dormivo appallottolato sul sedile frontale della Daewoo uzbeca, di ritorno dal lago che non c'è più. E pensare che avevo controllato di non aver perso nulla.

Per fortuna la carta me la possono inviare due giorni dopo, via taxi, previa pagamento di un posto in taxi per lei, stessa tariffa di un passeggero di 80 chili. Taccio e acconsento.

Lilù è incazzata. Non le va di perdere tempo. Rimarrà incazzata nella periferia, mentre ci orientiamo con le stelle fra le vie per cercare la madrassa di Chor Minor, una sedia rovesciata (mi viene da chiamarla "chair minor"), che cresce sottolineata dal contrasto con le abitazioni bianche.

Si riaccenderà di entusiasmo alla vista della sedia rovesciata e si renderà conto che valeva la pena di restare più a lungo, camminare fra muri di cemento grezzo con porte di legno istoriate, arrivare fin chissà dove e trovare la via del ritorno quasi a caso, con i bambini che si girano a guardare due turisti così fuori contesto. Valeva la pena soprattutto di camminare verso il parco, seguire i murales di propaganda biancazzurroverde come la bandiera uzbeca, sedersi all'ombra di un monumento alle vittime della seconda guerra mondiale e mostrare le fotografie della nostra guida ad un poliziotto curioso e pieno d'orgoglio biancazzurroverde, come il distintivo sul suo cappello. E continuare lungo le strade del parco, anche se esposte e torride, per arrivare al mausoleo di Ismael Samani, l'edificio più antico della città, conservato così, in mezzo ad un'aiuola verde, una roccia friabile e friata, porosa come un tartufo, scolpita e istoriata a motivi geometrici. E poi oltre, una pozza d'acqua marrone solcata dai pedalò, appena alla base dell'ultimo pezzo di mura della città, e poi il bazar principale. Niente del fascino dei bazar storici, ma oggetti d'uso quotidiano: cappelli quadrati, attrezzi per il giardinaggio, magliette che non sembrerebbero tarocche, se non fosse per la scritta "FC Barselona".

Compriamo il melone che sarà il nostro pranzo e torniamo di corsa all'albergo, dove il tassista uzbeco ci aspetta con la mia carta di credito.

Abbiamo riacquistato la libertà. Ultima cena a Lyab-i-Hauz e poi basta con la vita di città, pur senza traffico: domani mattina si va nel deserto.